Martedì all'alba, Paese, Primo Maggio

Lavoro lavoro lavoro, lavoro con lena e mi fa male la schiena di primo mattino primo Maggio il camino è ancora acceso per far la brace per cucinare la carne per preparare il pranzo, ci ripenso e lascio che muoia mentre assaggio olive di Gaeta e alici di Napoli e capperi di Pantelleria e pachino di Pachino e ricotta e pinoli e la ricotta è salata e i pinoli non ce li metto e le melanzane le griglio prima che muoia la brace per preparare una pasta della Norma anormale come a me piace per festeggiare lo squillo dell’arrivo della persona che mi terrà vivo. Una quadratura astrale mi ricorda di decifrare la Repubblica e non mi passa nemmeno per la testa di risollevarmi sul divano ergonomico Ikea con Milan Kundera al quale non passa nemmeno per la testa di smettere di scrivere per costruirmi un divano più comodo o un mondo più leggero che non finisca per forza in un incidente stradale dove nessuno della stradale saprebbe esattamente con chi ha a che fare, mi metto a pensare ai nuovi documenti ed ai soldi da intascare. Mi alzo dal divano in un gesto che sembra vano cazzo se barcollo e cazzo quanto è vicino il collo della bottiglia di vino che ho bevuto piano piano per tornare a sentirmi sano. Apro la porta. Me ne devo andare. Salto il corridoio corro i gradini nemmeno vedo l’altra porta, prendo la Mini, in trentacinque secondi -cinque massimo sei di ritardo ai procedurali sei minuti dopo la mezza se sei solo trentasei nel caso fossi in compagnia, lei è già girata, se ne sta andando via in direzione di un bar verso il mare, ad aspettare di un uomo da amare per quel che non sa fare e perché sa aspettare una donna da informare, arrivo alla rotonda, cazzo la vedo la seguo seguendola ignoro ogni protocollo ogni educazione prendendo per il collo e sbattendo risalendo turisti tedeschi e canottieri finlandesi che rimarranno per dei mesi. Uomini invisibili appesi a fili sensibili che li legano alla terra e al cielo sulla linea normale della loro spina dorsale. Quale aperitivo deciderà di scegliere Genny dopo il mio contatto anormale forse proprio per questo non notato dagli scagnozzi delLa Multinazionale? Buono l’aperitivo: devo stare buono, buono per un poco di buono, buono, troppo buono, per una intera stagione bonifici ricevuti e trasferiti su conti correnti di certo funzionali ai culi coperti per le carte di credito scoperte e nuove di zecca, nuovi di zecca la documentazione sull’identità nel nuovo portafoglio del Ponte dove sfoglio, controllo per vedere se riesco ad offrire da bere all’angelo sorbente martini, assorbente sguardi sulla mancanza d’oliva. L’angelo non si accorge di come un interprete dell’Impresa cerca di nasconderla con il fumo delle sue Camel giapponesi made in EU con il suo cocktail Aperol e cedrata con il suo meschino vestito Meschino ed il profumo di gelsomino J’adore due more al bancone subito dietro. Comunque il martini lo lasceremo al sole ad aspettare, testimonianza della necessità di rinfrescare quel che può sembrare un rimorchio normale. Il pranzo aspetterà la passeggiata che Genny farà con i piedi secchi di sale fino al più vicino edificio normale, fino all’ufficio postale. Razionalismo ed atmosfera cupa d’un sole artificiale, architettura funzionale tesa alla magnificenza materiale. Fila lunga ai conti correnti fila breve alle spedizioni non è giorno di pensioni e sopravvivono alla ressa anche i fisici ormai pieni di flessioni come il mio che inizia a non farmi trattenere segrete pulsioni per la filatelia, l’artiglieria e la geometria. Geometrica potenza da studiare in questo soggiorno al mare. Al lavoro non sanno aspettare, geometriche ombre tra geometrici raggi di sole trasversali ai visi digitali, alle donne casalinghe reali. Ricordo cazzo, devo ricordare cazzo, in che cazzo di posto mandare notizie imbustate in notizie impacchettate in libri di case editrici inusitate che partecipano ai mercati librari, mercatini lupanari dello spionaggio della vecchie casate. Genny ha il suo diploma, è un fallimento ma ha una laurea per reagire, ricordo che Giovanna a proposito avrebbe saputo mentire lasciando come al solito poco o niente da capire e Genny sembra non volerne sentire. Dice che alla fine lo studio era roba da matti. Che odia noi matti. Odia i gatti odia i pipistrelli che in questa primizia d’estate popolano, menestrelli dei cortili, l’aria dei vivi che odia in assenza di luce in assenza di vita in assenza d’arredo urbano conseguente ad una pulsiva urbanizzazione conseguente all’industrializzazione fallita conseguentemente la competizione sociale che odia. Genny è pazza e per quanto sia matto me ne dovrei andare, se non fosse che, c’è il pranzo ad aspettare e tutto d’un tratto, forse chissà, un po’ d’amore da succhiare con questa inglese che si vede le piace giocare a guardie e ladri pensando d’essere dalla parte del giusto singolare ed indossare DKNY e Missoni e Dr. Martens e calze fatte a mano con le mani calde di camino in una serata svedese con dolci al papavero e cumino. Papaveri rossi nei prati, essenza: incoscienza di papaveri nella borsa vernice rosso resistente e pelle nera nella parte saliente, Genny cazzo è una ragazza tagliente non vedo l’ora di riuscire a scoprire la parte saliente. Pranziamo mangiamo ci amiamo e restiamo a pensare a come sarebbe bello potersene andare e sembra che il mio scappare mi abbia avvicinato al tornare, tanto non si può far a meno di lavorare. Veramente, dice lei, me ne dovrei andare nel caso decidessi finalmente di procreare. Bacardi liscio caffè Illy decaffeinato nella macchina Krups, tazza piena per me mezza tazza per Genny incazzata nei miei boxer Fila nei miei calzettoni Adidas nella mia vecchia t-shirt Rietveld. Delicatamente comodamente perdutamente pienamente piena di fascino seduta sul divano incazzata d’un amore vano. Mente sulla quantità d’oppio che sta mettendo nella pipa di Erica che trabocca ancora cenere dall’aperitivo, digestivo dell’ultimo momento che ho fatto un tiro e dal campo visivo è uscito l’orizzonte che di solito ammiro. Me ne sarei dovuto andare prima di fumare ed invece inizio a cantare a scopare, finisco per dormire con milioni di cose ancora da dire.

 

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