Venerdì mattina, Città, Primavera – Estate

Ai ferri cortissimi un taglio di capelli bellissimi e tantissimi cazzi da sistemare prima dell’ennesimo fine settimana al mare dove non ho altro da fare se non riposare tutto quel che sono riuscito a rubare. Alla piastra l’uovo e il bacon e le due salsicce d’agnello per una colazione giornalistica in uno studio pastello mentre ascolto il menestrello del governo praticare la politica con un puntello che non è certo lo scalpello di uno scultore ma più che altro la falce d’un agricoltore. In padella il motore della BMW rubata che dovrei utilizzare prima che la missione sia finita. Doccia con rubinetto hansgröe, dove sia il Dove dell’ultima donna passata di qua è impossibile ricordarlo schiaccio il tarlo e mi convinco di non usarlo, sostituirlo con un anonimo neutro ACME e lo uso anche per i capelli ai quali concedo del balsamo kérastase per recuperare la fase di cura di me mentre bolle l’acqua per il tea. Carta da zucchero Zegna e cravatta sorella twin, tutta la biancheria Fila e scarpe fatte a mano, da buon villano imbocco l’ascensore contromano e al settimo piano colgo l’occasione di salutare l’assistente del mio alano saluto i passeri dalla terrazza e valutando con attenzione la stazza di Claudia che è giù che mi aspetta scordo in fretta quanti anni siano che la conosco e non riesco a toglierle il vizio dei suoi colori di sottobosco. Per quanto il volere sia tanto e l’attenzione viene mantenuta a stento mi sento contento uscendo dal tabaccaio senza aver parlato con nessuno ed anzi sorridendo lei ha salutato qualcuno, ci baciamo, ce ne andiamo e realizziamo strada facendo che come al solito si rischia la vita attraversando la strada con le sue scarpe Prada. Adalberto telefona armandomi di sconcerto per Adalgisa che pare sia andata in pensione senza riconsegnare la divisa, condivisa la diramazione da prendere comincio a pretendere che Claudia sia utile e dopo un bacio futile la lascio scendere per prendere una lettera, la tornerò a riprendere senza che faccia quella faccia, quasi nessuno la volesse offendere, la vedo scendere con una mitragliatrice tra le braccia. Me ne devo andare, riprendere a camminare. Telefono a Teresa che sta facendo la spesa a Costanza che controlla dalla sua stanza tutta una serie di informazioni che mi sembrano abbastanza, compro sigarette e vedo biciclette inorridirsi davanti alle mie unghie perfette, due asciugamani di Frette e sono già passate le sette in quest’alba di settembre che sembra riportare il mio alito a dicembre quando alla liquirizia mischio il tabacco turco che mi sfizia. Tempo di un caffè tea me con la cassiera che sostiene ci sia qualche cosa che non torna indicando il mio orologio con un adagio che sa di consuetudine pur nella moltitudine dei cornetto&cappuccino che batte con due dita per tutta la vita. Ha ragione e mi gratto nella confusione d’aver lasciato sfuggire la mia occhiata alla televisione. A casa prendo il lavoro mi cambio esco. Traffico città di merda cittadini di merda passanti di merda tassinari di merda traffico, autobus di merda, Palazzo Madama. Il nuovo ufficio dello stesso capo del vecchio impiego del secolare abuso del millenario permanere della necessità. Lavoro lavoro lavoro, esco, caffè caramelle passanti molto belle due o tre stelle sulla spalla del carabiniere che mi guarda come se le mie sere fossero veramente solitarie e nere. Me ne devo andare, a cagare al volo l’autobus dal quale esala l’odore di pus e Clear di chi non è pulito e di chi lo è troppo per un mezzo di locomozione poco adatta al mio io zoppo dell’intraprendente indipendenza che la scienza chiama taxi, ho troppa fretta per aspettare qui. A casa preparo il party di domani con le mie mani anche se non ho ancora capito esattamente se dovrò ripartire anch’io o se è un vero e proprio saluto d’addio. Preparo un analcolico biondo facendo impazzire il mondo tralasciando lo sfondo superalcolico da fine pasto, accantonando il gin per una crème de cassis alla quale non resisto addizionandola di Müller Thurgau e, sgusciando una baguette ne ricavo delle barchette per i gamberetti normanni in agrodolce e i funghi trifolati con senape di Digione. Cucino una terrina di pasta fredda con gazpacho al tonno e julienne di verdure in salsa d’olive che servirò con il Frascati campo vecchio che ho tramandato al mio vecchio vicino di casa che è diventato padrone dell’azienda che è diventata una meta per la metà dei bevitori di vino di Città e provincia. Un bicchiere di Kirsh, due. Decoro il polpo cotto, alla cretese, cucinato senza troppe pretese e servito sul piatto maltese, con dadolata di verdura e crostini all’aglio e olio delle puglie manufatto d’un contadino astratto da un viaggio a contratto che distrattamente mi fece venire in mente di sostituire al burro l’olio anche nei momenti più profondi dell’io. Servo il tutto in un assaggio per me e nel retaggio della buona borghesia preparo casa mia ad un pic nic coperto sotto il cielo esperto del mio terrazzo aperto all’esperienza di un plaid di cachemire, ricco di scienza e della prepotenza del vassoio da portata in argento e del servizio di posate paravento, mi ricorderò a stento di ricordare di lavare il pavimento e di portare il ghiaccio per gelare il canovaccio che avvolge il braccio della salsiera che tiene la salsa per il dolce per il tea della sera. Prima di svuotare la pattumiera sforno il chocolate chip plum cake che servirò con occhio gelato innaffiato della salsa all’arancia bionda e caramello sostituendo eventualmente il tea con me qualora si dimostrasse che tra me e la collega che aspetto qualche cosa c’è. Si è fatta l’ora, me ne devo andare, ricordo benissimo d’aver molte cose da fare, per ora inizio a lavorare.

 

Un pensiero riguardo “Venerdì mattina, Città, Primavera – Estate

  1. Ho scoperto di avere molte più cose in comune con Luca di quante ne immaginassi. Tutto quello che avrei sempre voluto fare…quasi messa da Requiem…ed io cosa voglio!

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