Serenissima verità che lascia
parte del capo in un cratere
sulla superficie di Mercurio,
tu sbirci dalla mano e ridi:
con la febbre nemmeno scuola
agiata d’un affaccio letterato,
con suo padre non hai parlato
del misurarci, venere e sole
nel duello dell’esposizione.
Di quando in quando nemmeno poi pensi
a quando devi spostarti e non lo dici.
Farlo in bici, in metropolitana, se mi baci.
Sei meccanica e mi processi con gli occhi
di quando in quando non ricordi sentenza
del gioco, della biglia all’ombra del fico,
di tua figlia d’infelici molti che conosce
la Cina e l’odore del pitosforo spiaccico,
suo verso non nato che scalza. Da tempo
un caracollo l’America delle volte uniti,
dell’operaio desindacalizzato artista,
dentro superficialità michelangiolesca.
Già prima ricordo troppo specialmente
di non averti che per altra unione,
piccolo est di tanto prato
turca che immagini il mar nero.
Ancora illudi gli occhi,
ne chiudi uno a rubarti musa
in una fogna, tribunale
dell’assenza. Dall’Appia a Fregene
canne e non più pini, qualche magnolia, platani
potati, Cinecittà, non fosse stato sogno averlo per te
detto progressista, pensi a te stessa.
Nuoti subacquea e a volte rispondi:
da anni chiedo per Chiasso,
Lecco, per la Ferriera
del Caleotto certo non in silenzio
e bene, solitudine non riesco
tra certezze anche mezza verità
che ne metta in dubbio la scomparsa.
Metonimia nella toponomastica del mio volere
truppa, il tuo sapere di viale dell’Oceano
Pacifico, senza avanzamenti andando a lavorare,
delle altre cose che avrei voluto fare meglio a Roma
con te, per anni dei tuoi errori capitali,
per la verità tra i peli, per il profumo di ieri.
