Causa fatua musa

Cecilia Metella

in tutta la sua forma
manifesta nel panorama
sulla panchina la memoria.

 La volta della maschera d’oro
che porta al rimpicciolito nome
ormai acquisito d’altre fortune

 L’altra dell’uso del telefono
per soldati, ed ancora seguivo
senza fretta uno spazio chiuso.
Fosse tutto, nostro edificabile

 Campidoglio quasi luglio.
Il cielo scuro scuro
ed io ti bacio, e bacio
non esisti. Eppure
infastidisci i dioscuri
dal cappello frigio
per l’immortale
capello bianco
che fa l’amore grigio.

 La luna nuova
la buona moglie,
doglie di corrente
incontinente di parole.
Forse senza prole

 firmano i muri, figli:
volere della mano di divorzi
della vita prendono il colore
padre, taglie forti
polvere, pennelli
ed acqua della memoria
piovono, di goccia in goccia quindi

 Perché mai musa
dovrei, io proprio essere
in tanto errore da dire la bugia
mentre ricerco verità
che sia della mia mano
e tutto intorno
e sotto la cintura,
o in comodato
e scomodata del mestiere?

 Per vocaboli accurati
rubando il mio dolore
o meglio forse
traducendolo in parole
mi provo nel ricordarne la postura:
il viso stanco d’altro uomo
di altra fede, desolato del tuo premio
ricevuto – in donne e mal voluto in tutti.

 Questa domenica mattina
sveglio del rumore
felice, sulle campane
vado a fare la spesa.

 Ancora più felice del rumore
di tante occhiute volte
della nostra religione
scritta sul contante
di quel vecchio nuovo continente.

 Compro Béatrice Didier, marmo,
della Bre scrivere bruto,
analcolico, biondo

 Fumo d’azzurro
in questo lavoro sommergibile
proprio a luglio, bassa tensione

 Cera sciolta musa, la mia anima
indossi impermeabile.

 Mi lavo la coscienza e poi ti chiedo
se venirti a prendere
un po’ dopo le sei.

 Tu dici: occhei, occhei.
E poi di nuovo non ci sei.

 Così poi sai che non sapevi
neppure tu – che tutto decidi
le volte che saresti morta per amore
le altre che avresti vissuto il cuore.

 via azanardo.wordpress.com

 

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