Al fiore della saprofita che candida
preferisco le macchine non quantiche,
donne senza verginit?? o di partito perso,
le schede bianche tra le scimmie bonobo,
gli indifferenti dei riflessi persi nel futuro,
oppure preferisco l’iperbato al perborato,
l’identit?? mestica alla finzione di massa.
Sulla matita intrusioni degli attenti
al capo chino o il dogma della narcosi.
Rasserenata la carta, piego e imbuco.
Mi accorgo cos?? dell’informazione
metatesi del giudizio che interroga
sull’altrui assenza, accusa per scusarsi
e non trova conclusione ai sillogismi.
Speravo mi contasse senza vanto
e invece preferisce i riverberi del nero,
l’attivazione dei distratti
sorridenti tra i suoi denti
stretti, la parola della mano
che ad ogni piccola vittoria udita
concede quel che non ha tra le dita.
Preferisco quindi il vacuo amore,
semplice nel suo rivendicare,
al vostro inoculare allo specchio
dovuto alla matita tribadista
che precoci sapeste da libretti licenziosi,
ma non m’inganno, mi ricordo e sogno
la capiente scelta, scritta
che mi neg?? l’armonia perfetta.

