Nazione nell’inverno che genera monti
dissestati come i conti, valori insistenti
incredibilmente inconsistenti, e quanti
ne parlano, sono già andati all’inferno,
hanno da insegnare, ridire, sanno fare,
si perdonano pentiti e si sanno iniziare.
Popolo dei morti in calamai raccomandati,
clienti, dagli stupori a lucette intermittenti
nel mondo di rarità termosensibili, popolo
ansioso risolutore di problemi colpa d’altri,
di sante reliquie canforate con l’imperizia
degli impalcatori e dei corruttori ufficiosi,
popolo di ruspisti, pizze d’impasti surgelati
e baristi di fondi già privi delle divinazioni,
traina slitte e strenne di plastiche tossiche
e arrampicati tra i contributi insufficienti,
festeggia il tuo natale sulle rive a te care,
senza amnistiare dalla sabbia la tua testa,
lascia che l’acquisito per diritto d’orbace
ti rappresenti col rotacismo della feluca,
che i bruti, anatroccoli del potere, abbiano potere,
che bei figli del bel clima mutante facciano bei figli
e le facce zingare li boccino smolli in sonni infedeli.
Gente di giornalisti da panchina e allenatori in fuga
lasci tutto com’è. Arriva a meta Motta, getta l’anno
alle spalle dello specchio, riforma anche l’orecchio,
e resta di marmo, di stucco o sasso, resta te stessa.
Metti a sera anche il bambinello nella solita ressa
come un ciocco nel camino dei parenti e indìgnati
sul tuo viso col tempo che passa, in fila alla cassa
o mentre fai il filo alla stadera dell’altra giustizia,
arcano tra gli scioperi del presepe dei tuoi trionfi.

