Il vociare dell’accordo di tredicesima

Inverno

 

Nazione nell’inverno che genera monti

dissestati come i conti, valori insistenti

incredibilmente inconsistenti, e quanti

ne parlano, sono già andati all’inferno,

hanno da insegnare, ridire, sanno fare,

si perdonano pentiti e si sanno iniziare.

 

Popolo dei morti in calamai raccomandati,

clienti, dagli stupori a lucette intermittenti

nel mondo di rarità termosensibili, popolo

ansioso risolutore di problemi colpa d’altri,

di sante reliquie canforate con l’imperizia

degli impalcatori e dei corruttori ufficiosi,

popolo di ruspisti, pizze d’impasti surgelati

e baristi di fondi già privi delle divinazioni,

traina slitte e strenne di plastiche tossiche

e arrampicati tra i contributi insufficienti,

festeggia il tuo natale sulle rive a te care,

senza amnistiare dalla sabbia la tua testa,

lascia che l’acquisito per diritto d’orbace

ti rappresenti col rotacismo della feluca,

che i bruti, anatroccoli del potere, abbiano potere,

che bei figli del bel clima mutante facciano bei figli

e le facce zingare li boccino smolli in sonni infedeli.

 

Gente di giornalisti da panchina e allenatori in fuga

lasci tutto com’è. Arriva a meta Motta, getta l’anno

alle spalle dello specchio, riforma anche l’orecchio,

e resta di marmo, di stucco o sasso, resta te stessa.

 

Metti a sera anche il bambinello nella solita ressa

come un ciocco nel camino dei parenti e indìgnati

sul tuo viso col tempo che passa, in fila alla cassa

o mentre fai il filo alla stadera dell’altra giustizia,

arcano tra gli scioperi del presepe dei tuoi trionfi.