I fiori sono indifferenti alla botanica

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La psicanalisi sarà un giorno totalmente screditata, su questo non c’è dubbio. Eppure, avrà distrutto i nostri ultimi resti d’ingenuità. Dopo la psicanalisi, non si potrà mai più essere innocenti. (E. Cioran)

 

 

 

Nettuno nei pesci, nell’acquaio

dei pantani dell’inferno

in fondo alla notte, o meglio all’alba.

Ti ho sognata, tutti stropicciati

facevamo l’amore come un lavoro

nell’ingresso dove al tempo

c’era una pendola e un po’di oro.

Eri come una politica per l’abbandono.

La notte l’altra invece eri un’altra,

quella vera ch’esce dal mare,

con jeans e piumino, o il secchiello

in testa per contare dubbi e sabbia

quando per la mia rabbia e il vento

non mi segui, tra baccelli di carrubi

e il sole schiude fucsia e gialli fichi

degli ottentotti, nei lunghi scoscesi

tra fossi sacri e gli ormai ossi rari.

Eri come la filosofia dalle galosce,

come il miracolo, come il sospetto.

Minimo, vecchio west provincia d’occidente

malia avvolgente come nuvole,

sono i giorni in forse, neri d’incomprensione,

luminosi di vite regalate e fate.

Non ai bravi ubbidienti

alla stagione andante mi affido

ma ai capaci valutati all’ombra del fare.

Volere credere come la palude tutt’intorno

sotto alla montagna delle tue poche parole.

I luoghi comuni sono pornografici e il mare

e la bella stagione non sono un’occasione

per la liberazione pubblica di vite private

in cantieri e prostitute, di gentili e denari,

assunte in forma di ninfette un po’ viziate.

Moribondo pensiero il sogno, il profumo dei fiori

dei buchi dei ragni, e l’umore delle notti incapaci.

Amaro anche il dormire nella lucidità d’essere

e potere la verità sfiorata, la verità in mano,

livida la verità che però si può baciare

che incontrai infine iniziato alla follia.

Avrei potuto perdere il silenzio nel tuo

ma ti curavi di ciò che non si dice

e mettevi all’indice l’errore che natura

vuole tutt’intorno ad ogni cuore.

L’endecasillabo o il settenario

a far gran forma dell’amore pingue

e la prosa di soggetti lontani a far figura

lasciando un secolo di dighe bestemmie

a far luce su poveri tavoli di parole,

sulla chiesa di Cioran come una serra

lattiginosa, ferri scuri tra polli glabri e campi neri.

Mia madre mischia vivi e morti sul comò in effige

io tengo la cima, vetta, corda e fune,

che al sole muovo a mo’ di paralume.

Tiro il fiato come un’imposta davanti alla finestra.