Ti racconto Alamo

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La vita, prima o poi, diventa ciò che vuoi, Timoria, 1992

(Parole, frasi, idee, non importa quanto sottili o ingegnose, i voli più folli della poesia, i sogni più profondi, le visioni più allucinanti, non sono altro che rozzi geroglifici cesellati nella sofferenza e nel dolore per commemorare un evento non comunicabile. – H.M.)

 

 

Nella grande città

del mondo che conosciamo quasi

per intero, seguire il padre non è folle:

certo conserva amore e conservare non è male.

Ma proprio non lo puoi spacciar per progredire.

In versi vorrei evitare di parlarti degli angeli

che orinano in opere prime e film d’autore

come su una copertina del Berkeley Barb,

così come in vita – ma nulla è certo – sarebbe

meglio guardarsi dall’essere re, alla sua corte

o vivere la sindrome che fu di visite al Bernini

quand’ancora al borgo seguiva la sua spina,

non lasciarsi, insomma, bagnare dalla pioggia.

Meglio sarà non credersi Napoleone

quello vero, considerare la democrazia

come un affarone, partecipare

perché è l’invito ricorrente di un caporale.

Ma sentire il padre non sempre è un male.

D’altronde il tempo è pieno di prime volte

s’inizia venendo a vederne

e prima o poi con la morte

si fa l’ultima ch’è per noi che siamo umani.

Si fa anche con le proprie mani

e meglio se interposte.

Questa è quella che noi chiamiamo guerra.

Ti consiglierei cioè di non rubare, uccidere

o far del male, né per gioco o solo amore.

Di non illuderti che le donne di vent’anni

prima degli sguardi siano meno lontane

delle stelle, o che le donne di trent’anni

siano prive d’ansie del futuro che ricorre.

C’è tempo ancora, c’è tempo per capire

che si attraversa ogni strada sulle righe

e tra loro si legge verità che non si dice.

Ti racconto un favola cardiaca,

lasciandoti nel dubbio che sia afrodisiaca.

Prima che tu nascessi ho detto qualche parola,

di notte ne ho perse tante che poi nessuno sa

ma anche oggi qualcuna, da scritta, ti rimane.