Ritorno al futuro*

Res Gestae

*Anche a proposito della prima domenica del mese, del mese prossimo, della montagna, della palude, dei fatti e della loro versione in soggettiva, del piano sequenza, della fantascienza. Anche a proposito di quanto fossero orribili gli anni ’80 del secolo scorso in Italia, di quanto fossero belli oltreoceano e, forse, anche solo oltretevere. Soprattutto a proposito di Alex P. Keaton e Will McAvoy.

 

Il canone letterario

nella Suburra:

ci riconoscevamo

guardandoci negli

occhi, nei lupanari

diversi eppur eguali,

frequentati

a corteggiare gli oggetti

d’amore, e d’accordo

volevamo farci

ulteriore strada

nel mondo.

 

Dicono gli induttori di crisi

– sparatori sazi sugli alluci

altrui per campare,

sui propri per sopravvivere:

realismo isterico.

Ricercatezza, complicanze

ready made, uffici

dematerializzati

in archivi inconsultabili.

 

Dicono: postmoderno,

da quando la modernità

non era che sviluppo

economico e fame atavica.

L’arte povera era già in voga

da più di vent’anni

e da ottocento le arti minori.

 

Io leggo, mi basta.

Io scrivo perché resta.

 

Io voglio e basta.

Semplice, utile, internazionale,

disponibile ma costoso,

per pensare prima di comprare

(se non sei un idiota,

ma in quel caso

non ci puoi arrivare).

 

Io amo, per quanto possa

bastare ad essere amato.

Allo specchio non mi spiace

vedere un quadro di Tomlin.

 

Vivo, vegeto, mi piacciono i lunedì,

i giorni feriali che fanno la differenza.

Anche perché,

nonostante il combinato disposto

delle leggi di stagione

e sole cuore amore,

anche quest’anno deve

esserci stato un tormentone

perso, anche quest’anno

per costruire vulcani

e buche tra dune e mare,

castelli con le bandiere

al limitare della marea oscillante

secondo le indicazioni di Renzo Piano,

con lo spirito di Mies van der Rohe

e i suggerimenti del Tucano

di Pomezia, lungo la via Pontina.

 

A me piace anche

la solitudine delle due ruote

per i pesci, nelle partenze intelligenti,

dei passi con gli auricolari,

e gli elefanti ovunque

nella memoria.

 

Certo

avrei voluto

molta più compagnia

in compagnia

e molta meno

da solo quando

ero fuori sincrono,

quando l’espressionismo astratto

era il dolce del diesel caraibico

ch’era campo di battaglia:

dissenteria o amore,

stessa la fisica dell’emozione.

Era, a sua volta, la voglia

di spogliarsi

e di vestirsi,

di ammazzarsi per poi curarsi

con quelle cose

che sognando si realizzano

e maneggiandole si sfanno.

Come le patate,

la maionese,

la crema inglese

e le pretese dei salotti

come se si fosse sempre,

novembre e maggio, a Roma.

Con chi vuoi.

Pasqua, Natale con i tuoi

e ferragosto quando mai.