QIX

Oro e porpora

[…]E ppe ffotte voantri ggiacubbini,

già er Zanto-padre e nnoi semo d’accordo:

lui dà indurgenze e nnoi dàmo quadrini.

(Un tant’a ttesta)

G.G.B. Roma, 28 gennaio 1833

 

 

Nono di piovoso da sognare messidoro,

dopo le 7 del mattino verso il lavoro,

donna luna e padre sole

sommessamente s’incontrano

da una parte all’altra del semaforo.

Quasi una vita

tra Porta San Sebastiano,

i Cessati Spiriti e il lontano.

La verità in testa,

la musica in tasca,

le volte che c’è quel che resta,

che tutto passa,

che tutto basta.

Nel mio quartiere lavano

macchine

moto

furgoni

in doppia fila

vendono frutta e verdura

agli angoli. Dei bar

la colazione, non sempre

in bei bar, non sempre colazione.

 

Ogni tanto le macchine

si riparano, anche, si ritargano,

rigommano e pimpano senza pois.

 

Più raramente si parcheggiano

e spesso si friggono patatine,

supplì o compra pizza al taglio.

 

Alimentari come se piovesse:

carico e scarico merci

come diluviasse. Quasi mai

qualcuno fischia o piove.

 

Osterie. Pizzerie. Ristoranti e sfizi.

Fiorai. Cornettai. Macellai.

Via vai tra quattro mura e tre confini,

tra il benessere non dei ricchi

e la povertà dei non derelitti.

 

I cinema, da quando ero un ragazzino

ad oggi, sono diventati rari

come i benzinai.

Alterne fortune e guai.

 

Ma così vicino a secoli e millenni

il grigio prefettizio contemporaneo,

quei praticelli incolti tra voragini d’asfalto

verso le Torri o l’opprimente

sanato abuso verso Nord,

verso Sud e verso il mare,

è così lontano.

 

Il traffico, tant’è che sembra inutile,

non fa nemmeno così rumore:

più di tanto, dove tutto è sacro

e quindi niente, non ci si può aspettare

anche da chi vuol protestare.

 

Ogni tanto si vede passare una donna nera

non d’incarnato, il viso tutto velato,

Samarcanda e il futuro fosse il passato.

Però davvero questa è Roma, al meglio e al peggio,

una volta nato sei già un po’ indifferente o abituato.