Il solito biglietto

Choo, choo train chuggin’ down the track

Gotta travel on, never comin’ back

Oh, oh got a one way ticket to the blues… (N.S.)

 

 

Dovessi raccontarti dov’ero felice

serenamente ti direi alle cave

di pietra pomice, a Porticello

quando quasi affogai

sul fondale bianco nel raccogliere ossidiane

nere, nei del mondo turchese.

 

Con più la leggerezza tipica

degli anni che non passano

e sembrano secoli i giorni

anche in vacanza, spesso

perché il mondo era il più certo.

E tante volte solo

quando a tutto penseresti

tranne che vi sia posto

per la felicità, sono stato felice.

Il mondo lontano è il più vicino:

la sabbia bianca è senza mare.

 

Ed è però la gioia che dà

la serenità del non temere.

 

Uno sconosciuto alle sette di mattina

fuori da un bar di quelli che dimentichi.

Chiesi d’accendere che non avevo

nemmeno vent’anni, a piedi,

le mani in tasca. Mi lasciò con un sorriso

la bustina di minerva

che non si vende più

ma l’eco rimane insuperato.

 

Al bar Bravi di Borgo Grappa

in giacca e cravatta, del mondo

in mano le chiavi.

Fui felice

quando seppi che sapere

è una responsabilità da non vantare.

 

O quando sulla palude si addensa

la nube nera che spaventa pioggia

per chi non sa che bene o male

oltre le dune c’è sempre mare

e quel po’ di vento porta il sole.

Il mondo intorno è la stagione

che fa la differenza

tra vivere e campare.

 

 

Il giorno dei santi Pietro e Paolo pensai a una vita più combattuta

ma alcune parole non coincisero, al dolore sguaiato abbandonato

fui felice anche allora. L’edera secca la quercia abbattuta,

spesso trafelato, veramente felice, ogni tanto lo sono stato.