Voi valete più di molti passeri

Se il mondo nasce da un rifiuto
io ho una brugola, aggiusto
quel che posso.
E così non facendo ancora inverno
si vedono sotto Marte e la luna accesa
le cucine e le stanze grandi piene,
le finestre schiuse indifferenti
agli ultimi insetti e ai primi freddi
di pioggerelle frustrate dal sole
del domani che s’è immaginato
tra le muse del presto pomeriggio.

Anche se in oriente, a volte,
nevica, dev’essere così il presepe
e così gli uffici di chi s’equilibra
tra ozi e negozietti ben forniti:
Atene e Sparta, come sempre
in ogni cosa,
dalla scelta degli armadietti
dove riporre la cancelleria
all’organizzazione della vita
mia o tua, o di quella fetta
di iloti, di liberti o cittadini
animi incerti che ci somigliano.

Nello spazio arterie, vene,
geografie certe
tra le foglie morte
e la fine di quest’arte.
Come si diventa nazisti
ogni vent’anni torna di moda,
non è un male per un libro di storia:
semplice, non ha controparte.

Nel tempo guardo l’infinito
complicato, non trovo Vespero
perché non conosco il cielo
e mi ricordo il tuo dito
che sapeva bene di Lucifero:
quando non si mangiano
le ostriche, si può prendere
il sole, settembre un eccezione.

Il mondo finisce nel silenzio
devi essere in grado di fare questo
e presto: segnare il calendario,
ricordare. L’equinozio
e il prossimo solstizio,
nel tempo di non nominare dio.

 

Sometime too hot the eye of heaven shines,

And often is his gold complexion dimm’d,

And every fair from fair sometime declines,

By chance or nature’s changing course untrimm’d;

But thy eternal summer shall not fade,

Nor lose possession of that fair thou ow’st… (W.S.)