Nel limbo dov’è ormai il confine segnato
da quel Rio che chiamano
Grande, pensavo verso Nord
il deserto illuminato
a giorno da fulmini poveri – anche quelli,
d’acqua.
Parafrasando direi che c’è
chi legge un solo libro
vive una vita sola
e capisce sempre cose diverse,
chi ne legge migliaia
e non capisce sempre la stessa.
Ma provarci, almeno.
Non mi lamento perciò della carta,
della polvere che si accumula,
dello spazio che viene a mancare:
senza essere fraudolento devo forse ricordare
che il fisco ha avuto dubbi
su come, a chi spolvera,
potessi permettermi di versare i contributi?
Senza trincerarsi nella botanica
o in eruditismi ombelicali,
cosa resta? Il tempo – che non esiste;
l’esperienza – che non è niente
e bene: comune,
macro asilo di vite sopravvissute.
Certo il meteo.
Verso ovest penso la piena del Tevere.
Facciamo attenzione a quando siamo felici.

