Non sono qui per nessun altro essere o ricordare
tra i treni della scienza e i fragili delle sere d’estate
sulla spiaggia di Ostia, ponente.
Orientato a oriente.
Città, esatta colpa e pena in assenza di corrente,
pover’uomo e folle nell’elogio del peccato e della fuga.
Morte bestemmia e simpatica verità,
manipoli d’educazione a te amici, per amore
come prassi se regola la norma, nel silenzio fremono.
Oggetto, quasi. Leva del cambio e Nobel automatico.
Né per le lettere e le cartoline dalla prigionia armoniosa
emozionato lungo il percorso inverso, per amore esatto.
Zampe d’elefante zuppo appiccicoso del mio sudore
tu col tuo manto d’orme, sassi e guerre,
penso le pozzanghere particolarmente adatte
per precipitare piedi e orli. E parli
con belle, pulite idee di donne scritte, dotte
dell’inoccupazione del contare gli alberi
fuori della foresta.
Chimica semplice, certo un bacio sul seno.
Certo una bevanda femmina
tra le donne mi osserva in mente i fallimenti
ridicoli per la tragica metafora complessa
del cibo delle strade.

