Archetipi

Augusta e indigesta
tutt’intorno, da sempre
non basta a se stessa.
Non resta e non marcia,
sonnecchia, di giorno
abbraccia la provincia
di notte si fa guardare.
Accoglie, dimentica,
ricorda a maglie larghe.
Istruisce tra le righe
e mentre ti trasporta
sogni bighe
e messe pagane.
Ha piccioni, storni e gabbiani,
gatti, ratti, lumache,
cicale, formiche e rane.
Ci sono tutte le architetture
di una qualsiasi favola
di Esopo e tuttavia
l’aria ed i sorrisi
delle telefonate di Rodari.
Oggi senza turisti o quasi
ancora non si nota,
nel dopo, alcuna stasi.
Un po’ di Villa borghese,
sono tempi straordinari:
c’era un cigno bianco,
i biscotti al cioccolato nero,
tutta eri un mistero.
Oggi come ieri
c’è follia, scienza e assenza.
Io mi ricordo,
senza pervicacia
ma con costanza.

La differenza tra XV, XC, XO e XL

Held deep in time,
We gain our losses
By the love we earn
J.W.

Tra un mese, un giorno, un anno
e ormai molti meno di cento
continuerò ad aver piacere
di quel che più mi piace:
le estremità avanti
con cautela,
la vaniglia, la candela.
I tentativi di riprodursi
dove non è possibile,
conoscersi
e riconoscersi.
Anche coi dolori
mi piacerà la tramontana
che fa azzurro il cielo sopra
i conducenti che si salutano
incrociando i loro percorsi
come tu un po’ gli occhi.

Manovra il tempo a mio vantaggio
oppure non guardarlo,
ma leggi tra le righe
delle poetesse e dei poeti:
l’inverno, come dissi
sarà tra poco. Che passa e torna
ogni mese, anno e un giorno
resta un po’ più a lungo
è quel che io ho capito
e certo tu lo sapevi già.
Siamo gli stessi?
Abbiamo oramai ancora
molti meno anni di cento
ed io non mi pento.

Il bambino e la bombetta

Anche a proposito del surrealismo, del riformismo, del graffitismo. A proposito della vita digitale e del nutrirsi per davvero.

Ero un bambino sereno,
poi dieci, venti, quarant’anni:
restano i danni.

Questo non è un prato, sembra erba.
Questo non è un muro, laterizi in vista.
Mentre può essere il mare
un qualsiasi pannello azzurro
dove immaginarsi immersi
contando le perturbazioni dell’umore
originate chissà dove
propagarsi nel tempo,
incresparsi nello spazio.

Se ho un vanto
non è un merito:
mio figlio prima finisce
quel che gli piace meno e poi
mangia ciò che preferisce.

Penso d’aver sempre
fatto il contrario:
prima penso andrà tutto bene
poi, rasserenato, mi preoccupo.

Un passaggio al vento (o il dono terribile)

Maurizio Nannucci, The Missing Poem is the Poem, 1969

Anche a proposito del cane nero e dell’Urlo, della creatività distruttrice, ovvero della guerra come lavoro. A proposito delle corporazioni, a Roma università. Non senza sano didascalismo: un telescopio sulla verità.

 

I cancelli di Castel Porziano

sono ordinati

come non mai.

Le buone pratiche

dell’emergenza

soffocano

nell’ansia comune

d’essere vivi.

Si fanno pattern

e svezzano,

ci si nutre della stessa luce

di Rudi Stern

mischiando alla colla

la polvere dei neon

per attaccare manifesti anarchici.

In pochi evidentemente

si sono chiesti

in fila, in casa e da soli

cosa si viva a fare.

Se non si viva perché si muore.

Chiunque si stupisca della città

ad esempio, evidentemente

non è mai stato

in mezzo a un temporale,

nella natura che fa paura.

 

L’arte è una:

non si mangia e non si scopa.

le arti sono uomini

che tutelano

il proprio tempo

al loro tempo

con mestiere.

Non c’è esperienza che tenga:

mani piedi e occhi

non pensano.

E i riflessi condizionati

lo sono

perché sbagliati.

L’arte è una:

come la natura.

È buona pratica – all’emergenza

consultare la scienza.

Se la decrescita

aiuta l’immobilità sociale

chi sta male?

 

I don’t mind at all

 

Tra gli scettici. 

Moravia, Geldof 

e le consuete attenuanti 

generiche del namedropping 

da premio Nobel. 

Sereno indifferente, 

il cielo specchio colore 

il buio sordo indolore: 

il sospiro  è immaturato 

e non mi sono sentito tradito, 

prigioniero o privato. 

Non mi sono nemmeno annoiato. 

  

Ho pensato – in effetti – 

fossi pure un po’ giustificato 

ad essere infastidito 

del non sapere davvero: 

chi decide? 

e cosa? 

e dall’assenza, in tempi d’infodemia, 

di qualsivoglia notizia tua e mia. 

  

Abbiamo così ragionato che più ne muoiono 

più si liberano posti 

in terapia intensiva. 

A come non sia esaustiva 

della necessaria civicità 

la paura di non avere 

i cavetti per la batteria. 

  

Nulla sarà più come prima: 

l’entropia certo però, prima, 

non decresceva col passare del tempo. 

E noi non ringiovaniremo 

solo perché ci sembrerà 

un’attività avventurosa 

dover prendere il treno 

conciati come banditi del West. 

Hanno annullato l’Oktoberfest. 

WYSIWYG

Joan Miró, Composizione, Maggio 1965

 

In una settimana di bicicletta

si possono visitare

i luoghi della disfatta:

una fetta del nord che non è Scozia

e che chiunque

ha giudicato senza grazia.

 

Nel frattempo sul continente

non c’è popolo ma plebe,

e dio s’è fatto prete.

E allora Geremia? È venuto e passato

il tuo momento, la tua isola

è alla fonda e qui non c’è più porto. 

 

What You See, Is What You Get!

 

La luna circospetta ci insegue

come una scarpa slacciata,

si traveste tra i rami;

la città non le permette ombra

e inciampiamo nell’impossibile.

 

***

Dieci anni fa, invece, per chi non crede alle coincidenze:

La giornata cognominata

Messico e nuvole

 

Nel limbo dov’è ormai il confine segnato

da quel Rio che chiamano

Grande, pensavo verso Nord

il deserto illuminato

a giorno da fulmini poveri – anche quelli,

d’acqua.

Parafrasando direi che c’è

chi legge un solo libro

vive una vita sola

e capisce sempre cose diverse,

chi ne legge migliaia

e non capisce sempre la stessa.

Ma provarci, almeno.

Non mi lamento perciò della carta,

della polvere che si accumula,

dello spazio che viene a mancare:

senza essere fraudolento devo forse ricordare

che il fisco ha avuto dubbi

su come, a chi spolvera,

potessi permettermi di versare i contributi?

Senza trincerarsi nella botanica

o in eruditismi ombelicali,

cosa resta? Il tempo – che non esiste;

l’esperienza – che non è niente

e bene: comune,

macro asilo di vite sopravvissute.

Certo il meteo.

Verso ovest penso la piena del Tevere.

Facciamo attenzione a quando siamo felici.