Ho scorto sulla soglia dei sogni
le voci che sento sempre
più flebili.
È pur vero che ho solidi
argomenti per polemizzare, rispondere
e dormire.
Non bastano i piedi
per capire il mondo
ben poggiati a terra
bisogna esserci stati
col culo e con le orecchie.
Perché le formiche non si accorgono
di quando inutilmente le uccidiamo
e a volte il confine sul Tweed
risulta invisibile ai più.
Siamo gentili, formali, educati.
Civili insomma. Disarmati
e preoccupati, siamo onesti:
coccoliamo grandi paure
a giustificare le nostre cattiverie.
Poi però sorridiamo.
Capiamo il mondo e lo ignoriamo.
Scrivo da sempre come se
non mi leggesse nessuno.
Effettivamente in pochi
oppure nessuno mi legge.
Non mi vergogno
forse sbagliando
– dubitarne è saggio –
né di cosa, né di come.
Un po’, forse solo, di chi vorrei
leggesse. Che ci pensasse.
Di quanti poi, posso sempre
dar la colpa alla mia malcelata
ritrosia nel propormi
oppure ai refusi
frequenti, ai ripensamenti.
Aspirare all’immortalità
è proprio solo dei mortali
ed io ho sempre avuto mire divine
tutte concrete:
pochi dolori,
piccoli piaceri e premi orali.
Dalla finestra si vede
lo stesso rumore
della lavastoviglie in funzione.
Oh, città d’analfabeti e professori
piccole gioie di voti discreti
grandi ricordi, qualche domani.
Se piove fuggo le nubi
con pochi contanti e passi lenti.
Ho imparato a scuola
che l’ispirazione è la sostanza
e la forma una conseguenza.
Lavorare, si sa,
è più facile che vivere:
come divertirsi in parrocchia,
incatenarsi ai rapporti umani
delle comitive.
Credere in un solo dio.
Tu piangi, ridi, mi minacci
ti impaurisci e strascichi
i tuoi orli e il raso
alle mie dita lasco
o senza brezza,
per le zanzare fresco
di patrizia gioventù in giro
per il mondo benedetto
da reclami e sberle.
Menta, orzata e frutti.
Insomma amo
cose da bambini
e mi ricordo, lo chiami
a volte culo.
Vediamo,
prima o poi ti chiamo.
La rivoluzione quindi:
considerate le attenuanti
generiche e l’incensurabilità
dei desideri,
altro che martellate. Altre aspettative.
Non c’è cosa più importante
d’invecchiare bene, senza tarli
incuranti della cornice e continui
ritocchi che minino alla radice
saggezze, contrappesi e sproporzioni,
per una poesia. Ma anche solo
invecchiare e basta, senza
imbullonarsi alla natura di zinco
col legno, falciando al tempo
la compagnia dovuta
potrebbe bastare
alla zitta penna e alla matita.
A sfinire il giallo col marrone,
intorno la città stizzita,
il caldo inverno,
il ticchettio della cena in forno,
tu che non sei andata in giro
tutto il giorno ripetendo
occhi di cane azzurro.
Abbassare le aspettative,
gli avvolgibili mezz’ora, dopo il tramonto.
Sbilanciarsi sobriamente
su ciò che conta poco
e per niente tacere, senza obbedire. Tanto
fuori è come dentro solo diverso.