Magnitudine apparente

Tramonti


Al nascere dell’ora legale nel mezzo del terzo lustro

dell’epoca bella del nuovo millennio il sole tramonta

enorme, da solo oltre qualche nuvola d’agro e forme

antiche, amiche d’animi in quella periferia incantata

di futuri anteriori, di macchine semplici come il pane.

Il tuo “superficiale” diventa la segnaletica orizzontale,

il tempo s’incatena alla stagione di questo benessere

in cui spostarsi senza sudore costa quanto mangiare

però basta a rinunciare al regno celeste che fa festa,

alle povertà sufficienti a fare possibile ogni paradiso.

Sono tra quelli andanti in giardini della speculazione,

così, l’America amica delle mie curve e del tuo seno,

tu sorridi. “Non sei romantico” ridi, e mi dici “scemo!”.

 

 

In verit?? troppo spesso taci

Vinile

 

Dire la verità, arrivare insieme alla verità, è compiere azione comunista e rivoluzionaria. ??(A.G.)

anche a proposito del modesto impiego, di Kirsten Dunst che guarda il cielo, della buca n° 19

  

 

Da piccolo facevo disegni colorati,

rompevo nei giochi indistruttibili

il loro filo con l’infanzia col fuoco.

 

Ero un bambino sereno. Pensavo

certo a quando t’avrei incontrata

in un incontro formale, sfrontato

al fatto che mai non t’avrei avuto.

Perché ero innocente e sbagliato.

 

Poi partimmo a vedere il mondo

che tu non c’eri e anche gli aerei

erano pochi. Erano anni d’eroina

di piombo, sul fondo del mare

i cavi erano conchiglie sull’udire.

Tempo d’andare, fare e tornare.

 

Il bicchiere già non poté bastare

per il succo di questo frattempo

che è stato un viaggio mancato.

La cenere è il led intermittente

di Roma che dorme e dissente.

 

Furono fragole, stelle e gelosia di donne,

cicche, chicche, chiocce e ciocche.

Ora sono canzoni, cantoni e mascalzoni,

fiorai complici, vicinanze, tombe.

 

Ma vedi, così più adulto e sereno

ho pensieri pacati e vestiti stirati,

calze e scarpe per piedi per terra.

Ho imparato a mangiare verdura,

so pulire nello yogurt la stagnola,

salare l’acqua, il riso con il brodo.

E ho anche già terra dove andare.

 

Le parole non sono poi diventate facili

si sfanno in frasi lunghe più dei capelli

dicono notti che non sembrano ricordi

che giorno fanno, d’anno in anno, anni

di pochi baci che lasciano sogni inesauditi

-e anche bucce di cacio nei buchi dei muri-

piluccando dal cuore innocenza ed errore.

Più spesso raccontano come mi piaci.

 

Tra le pieghe del pigiama a righe

Campanello

 

Allopatia per mal??a

gli incubi del pomeriggio

naufragio di riposo

solo mi trovano, l’agogico

e rubato il tempo

si disfano, si tralasciano

nel loro plumbeo

e solo mi lasciano adagio.

Sono armi del tuo pallore

intorno al vermiglio vivo

quando aprimmo gli occhi.

L’unico guanciale, la cinta,

mi profumavano la pelle

come in un’indigestione

d’aver visto e toccato

il marsupio tra le stelle

col futuro nel suo pieno.

Sono alcaloidi dell’ergot,

telefoni, peli nelle uova,

il mio cappello da uomo

e l’amore delle cose tue.

Ricordo che mi dicevi di noi due.

Cupidigia il crimine cui sono all’accusa,

il farmaco etico, la morale che lo scusa

bussano schiusa porta e fanno all’erta

la meteorologia, neve, qualche foto tua.

Omeopatia

Pessoa

 

La merla all’asta della finestra

nido di citt?? tanto nuvolo che sar?? sereno

la gioia s’aspetta in chiacchiere di risacca,

per sfiducia, scontento non ?? sentimento

– e lascia stare l’aritmia

della metafora e della cortesia.

Quando fui pazzo tu fosti la follia

quando sono nel traffico tu sei la citt??

e quando sar?? vento tu sarai l’argomento.

Come arabi cristiani infreddoliti e le mani

impegnate nelle buste gerbere

in un fagotto violino contante consumi,

fate folate e minuti.

Il mestiere ?? l’amare quella retta

che trasvola gennaio in un ritorno

e sa il carnevale come uno scherzo,

s’affretta alle vetrine e si fa i saldi.

Strega delle stelle che strusci il sole,

spreco d’amore nel cielo che spendi,

se vuoi invisibili e ricche in destino

le costellazioni di storni per passerotti

libri contabili, di bordo, di crociera

di qua del ponte degli angeli.

Tentacoli e confidenze, assurde credenze

in piazza, scaffali pieni di vuota memoria,

per?? c’?? la primula, il freddo,

c’?? che annuncia la sua neve

che sempre sembra lieve e tiene il pane.

Il pubblico dominio

Dsc00407

 

A cose fatte e gi?? cosa pubblica desiderare

nell’eterogeneit?? di sinonimi della noncosa

temperare il tempo, ?? il mestiere del sogno.

Viene la festa, la sostituzione del calendario,

il sole, il riflesso di Roma che lascia pensare

che il freddo sia quasi tutto passato,

invece – l’inverno che ?? solo iniziato –

sono le voci nel vento che si ?? solo posato.

Il vociare dell’accordo di tredicesima

Inverno

 

Nazione nell’inverno che genera monti

dissestati come i conti, valori insistenti

incredibilmente inconsistenti, e quanti

ne parlano, sono già andati all’inferno,

hanno da insegnare, ridire, sanno fare,

si perdonano pentiti e si sanno iniziare.

 

Popolo dei morti in calamai raccomandati,

clienti, dagli stupori a lucette intermittenti

nel mondo di rarità termosensibili, popolo

ansioso risolutore di problemi colpa d’altri,

di sante reliquie canforate con l’imperizia

degli impalcatori e dei corruttori ufficiosi,

popolo di ruspisti, pizze d’impasti surgelati

e baristi di fondi già privi delle divinazioni,

traina slitte e strenne di plastiche tossiche

e arrampicati tra i contributi insufficienti,

festeggia il tuo natale sulle rive a te care,

senza amnistiare dalla sabbia la tua testa,

lascia che l’acquisito per diritto d’orbace

ti rappresenti col rotacismo della feluca,

che i bruti, anatroccoli del potere, abbiano potere,

che bei figli del bel clima mutante facciano bei figli

e le facce zingare li boccino smolli in sonni infedeli.

 

Gente di giornalisti da panchina e allenatori in fuga

lasci tutto com’è. Arriva a meta Motta, getta l’anno

alle spalle dello specchio, riforma anche l’orecchio,

e resta di marmo, di stucco o sasso, resta te stessa.

 

Metti a sera anche il bambinello nella solita ressa

come un ciocco nel camino dei parenti e indìgnati

sul tuo viso col tempo che passa, in fila alla cassa

o mentre fai il filo alla stadera dell’altra giustizia,

arcano tra gli scioperi del presepe dei tuoi trionfi.

 

 

Pensare ?? gratis

Dscl1c

Una canzone bella o una bella canzone,

nebbia di porto, porta d’Europa, parco

di nazioni neutrali e di carboni ardenti

di sarde sulle strade infide e quell’idea

ondeggiante del vero. Una nebbia fitta

lo stridere dell’affilatura e dell’ocarina,

i garofani fuor di stagione e nella storia

lasciano credere serio e di paglia il mare

e grandi santi salvatori se visti di lontano

come corvi e caravelle. Belle le gambe

di ballerine ferme, pochi fiati gabbiani,

facce meticce, impero che lascia tracce

in carrubi e banani, pisciatoi per barbari

e commercio d’umidit?? di stucchi illesi

dei muri sbeccati dai ricchi panni stesi.

Cloe di Venosa, degli eteronimi di rosa,

dopo la Bibbia e Topolino dea e destino,

ti fai citt??, provincia e continente

tra pani farinosi e porci neri,

speculi sul futuro che fu ieri

o ti traslitteri nella storia che ?? domani.