Nel tempo breve di grandi attese

Nel tempo breve di grandi attese,
fatto quasi tutto d’aspettare
senza aspettarsi molto o riposarsi,
può essere utile far le tacche
sugli stipiti, redarguire
gli atteggiamenti stupidi
ed esserci il più possibile.

Anche solo con la pancia
e senza dire niente
di intelligente. Del resto
ho questa religione semplice
di pause, deviazioni e attenzioni,
del fermarsi complice il gatto nero,
del non compiangere il cappello
sul letto e non passare tra la scala
e il muro. Con il tempo ho pensato

potesse anche vivacizzare il rito
gettarmi un grano di sale alle spalle
da quanto accaduto sulla pelle.

Ma ho la memoria con le zanne,
non faccio tesoro dell’esperienza,
nuoto senza pinne e senza piume
volo. Tu fai con calma, non è tardi,
mentre ti aspetto dabbasso accumulo
esempi per brevi teatri assurdi:
tu fai la gran nave, io il piccolo molo.

Chiedo indicazioni ai passanti

Chiedo indicazioni ai passanti
ho paura delle falene,
delle balene e dei sottinsieme.


L’amore è un costrutto borgese
e va bene, ma ti ricordo che
senza frequentare vini e oli
drogherie o ambulatori vedo
cose che gli altri non vedono.
Sento quello che non sentono.


La faccenda non mi preoccupa:
dovremmo solo incontrarci
più spesso, tu ed io,
e fare le cose che
anche gli altri fanno
dirci le cose che spesso
– nei film, certo, ma anche davvero
si dicono

da nudi e spogliati
e dopo abbracciati.
Come l’alce, il cervo e l’orso
faccio sempre lo stesso verso:
quante volte ti e capitato
di guardare il cielo terso
e pensare a me?


Qui, il tuo dio, non c’è.


L’amore è una sovrastruttura, lo so.
Ma ti ho sognata.
Eri magra matura e immutata.
Te ne andavi seria sorridendo
del tuo restare indimenticabile,
o almeno così ho capito.
Nella sala Giulio Cesare
(che guardavo con gli occhi del Navarco
– prospettiva adeguata al mio sforzo,
ora mi dico, e forse non mi credo)
c’è chi c’era prima che passassi
e faceva un gran bla bla.

Mi sono alzato con la sigaretta in mano
e sono andato a controllare il gas.
Ho il green pass, mi sono abbonato a Il Post.

La villeggiatura

Cereo rifiorì.
Conseguenza diretta
del pensiero allo specchio
se lo guardo con attenzione:
la prospettiva che ci insegnano
di Giotto, e il suo cerchio, sono
aneddoti che preparano quadrature
per inevitabili ottusioni successive.
Evidentemente
non sei stupido o credente:
diventi un monito vivente. Animato
all’odore della mattina,
quella un po’ nuvolosa che ricorda
la notte prima quando il cielo
fa da tetto alla città ed alle luci
delle stagioni tiepide
dalle albe rigide.
Erba, sostanzialmente,
però Europa e gente.

[…]fa parte di Roma e vedrai che diventeremo tempo perso anche noi. Per questo nessuno qui ha la ricetta granitica che resiste al tempo. A volte fai il rabdomante, a volte peschi a strascico, a volte sei Flaiano, a volte sei un cojone.

Quando parto metto ancora
una felpa col cappuccio
e le cuffiette.
Porto una penna ed un taccuino
su cui spesso nemmeno scrivo,
però ogni tanto ricordo il sole
e conseguenti le ombre nette.

Radio Uniqlo

Prima che mi cada il cielo in testa o il fiato

non basti a fare tutta la strada che resta

tra la fine delle mie estremità lontane

e l’inizio della vita (che spesso è un casco di banane

– una pigna tropicale in fin dei conti),

è giusto che qualcosa la voglia ricordare

anche per ripensarci con le lumache all’occorrenza,

nell’altra metà della mia vita, con pazienza magari

di fronte al mare:

credo nel dio cattivo e nelle cose

mobili, immobili e immateriali.

Penso, come se fossi io:

fosse stato per me il Big bang

avrebbe fatto assai poco rumore.

 

Certo, per colpa di Bellezza, non mi stupì la notizia

che a Carlo Magno fossero cresciute le unghie dopo morto.

È già da un po’ infatti, colpa della modernità e delle installazioni,

che anche la natura morta vive.

C’è il moscerino, il riflesso, il lampo,

il buzz, il tictac o quel sinistro cigolio che fa spesso il mondo intorno.

È il fruscio della proiezione, arcaica e primitiva.

 

Tutti possono fare quel che faccio

ma come per quel che faceva Andy

poi dovrebbero saperlo spiegare. E bene.

Ebbene:

io scrivo ed ho già l’età per dichiarare

quali siano le parole che mal sopporto.

Così, mi voglio appuntare:

comunità

compromesso

compleanno. Lo stesso, uso con tono di rigetto l’aggettivo

paternalista – piuttosto che paternalistico, che suona

meno fastidioso.

Mi piacciono però

unione

accordo

azzardo

Roma.

 

Penso che chi sorride il ciel l’aiuta

e che chi sorride aiuta il cielo,

che i luoghi comuni siano latrine da evitare

e la gentilezza una rivoluzione civile,

che il cambiamento climatico e la fast fashion

hanno ottimizzato le stagioni.

Archetipi

Augusta e indigesta
tutt’intorno, da sempre
non basta a se stessa.
Non resta e non marcia,
sonnecchia, di giorno
abbraccia la provincia
di notte si fa guardare.
Accoglie, dimentica,
ricorda a maglie larghe.
Istruisce tra le righe
e mentre ti trasporta
sogni bighe
e messe pagane.
Ha piccioni, storni e gabbiani,
gatti, ratti, lumache,
cicale, formiche e rane.
Ci sono tutte le architetture
di una qualsiasi favola
di Esopo e tuttavia
l’aria ed i sorrisi
delle telefonate di Rodari.
Oggi senza turisti o quasi
ancora non si nota,
nel dopo, alcuna stasi.
Un po’ di Villa borghese,
sono tempi straordinari:
c’era un cigno bianco,
i biscotti al cioccolato nero,
tutta eri un mistero.
Oggi come ieri
c’è follia, scienza e assenza.
Io mi ricordo,
senza pervicacia
ma con costanza.

La differenza tra XV, XC, XO e XL

Held deep in time,
We gain our losses
By the love we earn
J.W.

Tra un mese, un giorno, un anno
e ormai molti meno di cento
continuerò ad aver piacere
di quel che più mi piace:
le estremità avanti
con cautela,
la vaniglia, la candela.
I tentativi di riprodursi
dove non è possibile,
conoscersi
e riconoscersi.
Anche coi dolori
mi piacerà la tramontana
che fa azzurro il cielo sopra
i conducenti che si salutano
incrociando i loro percorsi
come tu un po’ gli occhi.

Manovra il tempo a mio vantaggio
oppure non guardarlo,
ma leggi tra le righe
delle poetesse e dei poeti:
l’inverno, come dissi
sarà tra poco. Che passa e torna
ogni mese, anno e un giorno
resta un po’ più a lungo
è quel che io ho capito
e certo tu lo sapevi già.
Siamo gli stessi?
Abbiamo oramai ancora
molti meno anni di cento
ed io non mi pento.

Il bambino e la bombetta

Anche a proposito del surrealismo, del riformismo, del graffitismo. A proposito della vita digitale e del nutrirsi per davvero.

Ero un bambino sereno,
poi dieci, venti, quarant’anni:
restano i danni.

Questo non è un prato, sembra erba.
Questo non è un muro, laterizi in vista.
Mentre può essere il mare
un qualsiasi pannello azzurro
dove immaginarsi immersi
contando le perturbazioni dell’umore
originate chissà dove
propagarsi nel tempo,
incresparsi nello spazio.

Se ho un vanto
non è un merito:
mio figlio prima finisce
quel che gli piace meno e poi
mangia ciò che preferisce.

Penso d’aver sempre
fatto il contrario:
prima penso andrà tutto bene
poi, rasserenato, mi preoccupo.