Omeopatia

Pessoa

 

La merla all’asta della finestra

nido di citt?? tanto nuvolo che sar?? sereno

la gioia s’aspetta in chiacchiere di risacca,

per sfiducia, scontento non ?? sentimento

– e lascia stare l’aritmia

della metafora e della cortesia.

Quando fui pazzo tu fosti la follia

quando sono nel traffico tu sei la citt??

e quando sar?? vento tu sarai l’argomento.

Come arabi cristiani infreddoliti e le mani

impegnate nelle buste gerbere

in un fagotto violino contante consumi,

fate folate e minuti.

Il mestiere ?? l’amare quella retta

che trasvola gennaio in un ritorno

e sa il carnevale come uno scherzo,

s’affretta alle vetrine e si fa i saldi.

Strega delle stelle che strusci il sole,

spreco d’amore nel cielo che spendi,

se vuoi invisibili e ricche in destino

le costellazioni di storni per passerotti

libri contabili, di bordo, di crociera

di qua del ponte degli angeli.

Tentacoli e confidenze, assurde credenze

in piazza, scaffali pieni di vuota memoria,

per?? c’?? la primula, il freddo,

c’?? che annuncia la sua neve

che sempre sembra lieve e tiene il pane.

Il pubblico dominio

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A cose fatte e gi?? cosa pubblica desiderare

nell’eterogeneit?? di sinonimi della noncosa

temperare il tempo, ?? il mestiere del sogno.

Viene la festa, la sostituzione del calendario,

il sole, il riflesso di Roma che lascia pensare

che il freddo sia quasi tutto passato,

invece – l’inverno che ?? solo iniziato –

sono le voci nel vento che si ?? solo posato.

Il vociare dell’accordo di tredicesima

Inverno

 

Nazione nell’inverno che genera monti

dissestati come i conti, valori insistenti

incredibilmente inconsistenti, e quanti

ne parlano, sono già andati all’inferno,

hanno da insegnare, ridire, sanno fare,

si perdonano pentiti e si sanno iniziare.

 

Popolo dei morti in calamai raccomandati,

clienti, dagli stupori a lucette intermittenti

nel mondo di rarità termosensibili, popolo

ansioso risolutore di problemi colpa d’altri,

di sante reliquie canforate con l’imperizia

degli impalcatori e dei corruttori ufficiosi,

popolo di ruspisti, pizze d’impasti surgelati

e baristi di fondi già privi delle divinazioni,

traina slitte e strenne di plastiche tossiche

e arrampicati tra i contributi insufficienti,

festeggia il tuo natale sulle rive a te care,

senza amnistiare dalla sabbia la tua testa,

lascia che l’acquisito per diritto d’orbace

ti rappresenti col rotacismo della feluca,

che i bruti, anatroccoli del potere, abbiano potere,

che bei figli del bel clima mutante facciano bei figli

e le facce zingare li boccino smolli in sonni infedeli.

 

Gente di giornalisti da panchina e allenatori in fuga

lasci tutto com’è. Arriva a meta Motta, getta l’anno

alle spalle dello specchio, riforma anche l’orecchio,

e resta di marmo, di stucco o sasso, resta te stessa.

 

Metti a sera anche il bambinello nella solita ressa

come un ciocco nel camino dei parenti e indìgnati

sul tuo viso col tempo che passa, in fila alla cassa

o mentre fai il filo alla stadera dell’altra giustizia,

arcano tra gli scioperi del presepe dei tuoi trionfi.

 

 

Pensare ?? gratis

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Una canzone bella o una bella canzone,

nebbia di porto, porta d’Europa, parco

di nazioni neutrali e di carboni ardenti

di sarde sulle strade infide e quell’idea

ondeggiante del vero. Una nebbia fitta

lo stridere dell’affilatura e dell’ocarina,

i garofani fuor di stagione e nella storia

lasciano credere serio e di paglia il mare

e grandi santi salvatori se visti di lontano

come corvi e caravelle. Belle le gambe

di ballerine ferme, pochi fiati gabbiani,

facce meticce, impero che lascia tracce

in carrubi e banani, pisciatoi per barbari

e commercio d’umidit?? di stucchi illesi

dei muri sbeccati dai ricchi panni stesi.

Cloe di Venosa, degli eteronimi di rosa,

dopo la Bibbia e Topolino dea e destino,

ti fai citt??, provincia e continente

tra pani farinosi e porci neri,

speculi sul futuro che fu ieri

o ti traslitteri nella storia che ?? domani.

Alta complicazione e puntualit??

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(del sistema e del complesso dei segni con cui si ricorda l’amore e se ne distingue l’umore ma anche delle operazioni in virgola mobile per secondo).

 

Quando ho saputo che Dürrenmat era morto,

sono arrossito assai poco del mio ritardo.

Per me vivo, vegeto, era però una reversione

da traduttore degli orologi nel cassetto,

fato demiurgo di famigerate bevande amare.

Mi sembrava di ieri l’altro il tuo saluto

per un dopodomani e vacanze mediterranee,

del resto non fai poi molta differenza

se quel che è scritto è stato scritto già morto

e fermo non ho saputo rimaner muto.

 

Orde e barbari pensieri nei riposi, micrometri

di felicità, sentimenti suscitati da tutti, gl’altri

come l’amicizia, la simpatia, come l’amore o

l’incredulità, un poco pingue di grassi buchi,

avrebbe obiettato ottimista, che non i denari

fanno meno grigio il funzionare ed il futuro

ma la libertà di barba nello specchio madre,

la verità bagnata tra le briciole di colazione.

 

A differenza di drammaturghi e scrittori veri

i poeti rifiutano senza aver studiato

d’accostare sé al sì e ma anche a proprio no,

così, eppure con pergamene balene

non mi posso pinocchiare, prendo da vivermi,

mi acciottolo in poltrona a digitarti.

Una vita zitta per fare la rima e per spogliarti.

 

La casa in fiamme

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Anche in merito al problema dei ponti di K??nigsberg e all’opera prima di Guillermo Arriaga

 

 

Contro la pedagogia istituzionale ed ogni convenzione,

in funzione di variabile reale, il sole ?? sempre pi?? a sud

e la sera si anticipa sulle chiese, in case e cose pi?? noiose

come le carie, le balie, il lido di Den Haag noncapitale,

non come la fata poi bellissima, della liberalit??, di avere.

Da Roma, i Dioscuri salutano anarchici, le polveri sottili

alla briglia, di travertino l’obliquo della stagione e d’ombra,

temo d’oriente la luce dalla colazione al postprandiale.

Prima che faccia presto l’inverno, che si lascino immutate

certezze e relativit??, ricordo natale, pomice fino al tempo

di volerti. Nell’indeterminatezza, cuspide dello scorpione,

non chiedo a Babilonia, Chagall e non i numeri a memoria.

 

Bolle di sapone per giocare

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Mazzetta cronica di foglio in foglio

un sasso, un villaggio, un laghetto, un bagno,

banche d’affari e case grandi e lontane

dalla politica dei fori tutt’intorno a finestre

care. Il godere della feria, della storia,

di un impiegato dell’incoscienza migrata

dalla vena all’occidente in crisi

di transustanziazione sul  punto percentuale.

Celeberrima responsabilità, sogno in rassegna

virtuale, il tre per due fa cinque e la stampa,

poltrona di  gabinetto, della mano il disimpegno.

Luogo umano sullo spigolo della retorica

civiltà che senza volerlo fu di dita amiche.

Lavoro imparziale del tempo ambiguo,

ronzio che fa bello il bello,

immateriale didascalia e bella la giornata.