Così semplicemente
di ogni cosa dea
per ogni oggi mente
Potendo poi l’amore
solo una volta
amandolo l’ha tolta.

Così semplicemente
di ogni cosa dea
per ogni oggi mente
Potendo poi l’amore
solo una volta
amandolo l’ha tolta.
La pioggia è davvero questione privata,
quasi una forma critica del vento,
quasi fosse questo incontrarsi nei sogni
scoscesi di ambienti illimitatanti
tra famiglie unite nei fanghi della pasta
l’unica cosa che della stagione resta.
Tra i fumi riso sciocco di inspiegabili
questioni termali e narrative del disosso,
naso tubero e vino scelto.
Mi chiedi se dobbiamo ancora sposarci
senza incubi, rispondo madama
se volessi. Avrei avori, nasi di elefante
metalli e fuochi resistenti.
Poi mi accorgo, scrivo appunti sulla lupa:
la vedo umida e investita
di occasionale responsabilità pediatrica,
per Forno Ugo, sul ponte,
per lo stretto distinguo tra il pane lievitato
e il piccolo sonno del mercato nero.
Non ho che parole per la briciola rugiada,
per il fiore della mollica di una via sicura,
perché per non saper che fare
– la fornaia già porta il primo scialle –
dopo mesi e siccità ha scelto di apparire.
Cecilia Metella
in tutta la sua forma
manifesta nel panorama
sulla panchina la memoria.
La volta della maschera d’oro
che porta al rimpicciolito nome
ormai acquisito d’altre fortune
L’altra dell’uso del telefono
per soldati, ed ancora seguivo
senza fretta uno spazio chiuso.
Fosse tutto, nostro edificabile
Campidoglio quasi luglio.
Il cielo scuro scuro
ed io ti bacio, e bacio
non esisti. Eppure
infastidisci i dioscuri
dal cappello frigio
per l’immortale
capello bianco
che fa l’amore grigio.
La luna nuova
la buona moglie,
doglie di corrente
incontinente di parole.
Forse senza prole
firmano i muri, figli:
volere della mano di divorzi
della vita prendono il colore
padre, taglie forti
polvere, pennelli
ed acqua della memoria
piovono, di goccia in goccia quindi
Perché mai musa
dovrei, io proprio essere
in tanto errore da dire la bugia
mentre ricerco verità
che sia della mia mano
e tutto intorno
e sotto la cintura,
o in comodato
e scomodata del mestiere?
Per vocaboli accurati
rubando il mio dolore
o meglio forse
traducendolo in parole
mi provo nel ricordarne la postura:
il viso stanco d’altro uomo
di altra fede, desolato del tuo premio
ricevuto – in donne e mal voluto in tutti.
Questa domenica mattina
sveglio del rumore
felice, sulle campane
vado a fare la spesa.
Ancora più felice del rumore
di tante occhiute volte
della nostra religione
scritta sul contante
di quel vecchio nuovo continente.
Compro Béatrice Didier, marmo,
della Bre scrivere bruto,
analcolico, biondo
Fumo d’azzurro
in questo lavoro sommergibile
proprio a luglio, bassa tensione
Cera sciolta musa, la mia anima
indossi impermeabile.
Mi lavo la coscienza e poi ti chiedo
se venirti a prendere
un po’ dopo le sei.
Tu dici: occhei, occhei.
E poi di nuovo non ci sei.
Così poi sai che non sapevi
neppure tu – che tutto decidi
le volte che saresti morta per amore
le altre che avresti vissuto il cuore.

Margherita sulla soglia
vuoi insegnarmi a non morire
ma non vuoi motivo di imparare.
Vuoi che dica troppo del crollare
per annusarmi nel tuo odore
ma sembri sapere sia un peccato.
Margherita che si spoglia
la prima cosa che devo dirti
è che mi ama è una certezza,
poi che non so quale altro
sia il nomignolo da darti.
Infine voglio dirti che ti ho vista
nei tuoi sogni, eri bella e sorridevi,
scalciavi. Piangevo questo è certo
mi ricordo, anche il motivo
resta impresso e manifesto:
ti dicevo io ti amo e mi sporgevo
tu dicevi fosse troppo
e lasciavi scivolassi.
Le stelle alpine con le mani
Margherita, figlia fortuna
così lontana dalla luna
squarci, tocchi ed accarezzi,
a volte godi e temi i pazzi.

Tu piangi, ridi, mi minacci
ti impaurisci e strascichi
i tuoi orli e il raso
alle mie dita lasco
o senza brezza,
per le zanazare fresco
di patrizia gioventù in giro
per il mondo benedetto
da reclami e sberle.
Menta, orzata e frutti.
Insomma amo
cose da bambini
e mi ricordo, lo chiami
a volte culo.
Vediamo,
prima o poi ti chiamo.
??
??
??
??
??
??
??
Serenissima verit?? che lascia
parte del capo in un cratere
sulla superficie di Mercurio,
tu sbirci dalla mano e ridi:
con la febbre nemmeno scuola
agiata d???un affaccio letterato,
con suo padre non hai parlato
del misurarci, venere e sole
nel duello dell???esposizione.
Di quando in quando nemmeno poi pensi
a quando devi spostarti e non lo dici.
Farlo in bici, in metropolitana, se mi baci.
Sei meccanica e mi processi con gli occhi
di quando in quando non ricordi sentenza
del gioco, della biglia all???ombra del fico,
di tua figlia d???infelici molti che conosce
la Cina e l???odore del pitosforo spiaccico,
suo verso non nato che scalza. Da tempo
un caracollo l???America delle volte uniti,
dell???operaio desindacalizzato artista,
dentro superficialit?? michelangiolesca.
Gi?? prima ricordo troppo specialmente
di non averti che per altra unione,
piccolo est di tanto prato
turca che immagini il mar nero.
Ancora illudi gli occhi,
ne chiudi uno a rubarti musa
in una fogna, tribunale
dell???assenza. Dall???Appia a Fregene
canne e non pi?? pini, qualche magnolia, platani
potati, Cinecitt??, non fosse stato sogno averlo per te
detto progressista, pensi a te stessa.
Nuoti subacquea e a volte rispondi:
da anni chiedo per Chiasso,
Lecco, per la Ferriera
del Caleotto certo non in silenzio
e bene, solitudine non riesco
tra certezze anche mezza verit??
che ne metta in dubbio la scomparsa.
Metonimia nella toponomastica del mio volere
truppa, il tuo sapere di viale dell???Oceano
Pacifico, senza avanzamenti andando a lavorare,
delle altre cose che avrei voluto fare meglio a Roma
con te, per anni dei tuoi??errori capitali,
per la verit?? tra i peli o il profumo di ieri.
??
Atarassia bella certezza
che ho quasi capitale
e forse dell’opera intera
una è che non spiaccia
quella mano poi conca.
Democrazia non mi preferisce
alla repubblica
menade, franco il satiro e solo
profuma laconico, sgangherata
impressione che porga l’occhio
e pianga poi. E piove
ma non porge il nulla.
Donna non del vero,
non mi sono fermato,
vorrei affilarti il filo.