Venerdì all'alba, Città N. – Città N.O., Inverno prêt à porter

È la terza mattina che il portiere bastardo schiavo delLA Multinazionale Americana ci sveglia ripetendo di essersi sbagliato con la stanza 19 o con la 15, cazzo sono la 17! Mi riprometto di farlo saltare per aria: terrò del plastico da quello che devo recapitare. Con il plastico far saltare il Canal House e il suo portiere della mattina che deciderò di far licenziare comunque. Telefono a Arianna, cazzo. Mi lavo mentre Alicja inizia a fare le fusa, poi mangeremo. Io due madeleine un caffè con tanto zucchero un digestive biologico due canne di Barbarian Nepal Skunk un malox e trenta gocce di concentrato di ginseng. Lei pane&burro con e senza marmellata di albicocche e fragole, salumi&formaggi e acqua minerale, altro pane bruscato, succo di frutta, una mela, una arancia, niente caffè senza zucchero. Mangia me che mi sento già un babà strafatto con il Saint James della Martinica a portata di mano sul comodino. Non rispondo più al telefono: mi vesto grigio Armani, cravatta Missoni su camicia e cappotto Valentino azzurro occhi, azzurro Savoia, azzurro cielo di Città N. gelida riflessa sul Keisers Gracht. Due tre quattro gocce, CK Obsession. Due passi e sono da Greenpeace a scambiare informazioni, a scambiare adesivi con questa deliziosa polacca che mi consiglia sulla mia giornata come se nessuno ci sentisse e sorride, sorride e cerca di modificare il nodo alla cravatta appena fatto. Quasi le stacco una mano con il tagliacarte-coccodrillo manufatto dagli aborigeni dell’ambasciata Inglese per conto dei cugini tatuati dell’emisfero australe. Devo andare. Umanamente. Con Alicja cazzo, con lei di corsa sul Prinsen Gracht, la casa di Anna Frank e ancora un onda leggera fino al Cafè de Tap dove la lascio con tutti i suoi cazzi e senza droga ad aspettare la sua amica Agnieszka Comecazzosidice per pranzo. Corro corro corro, corro in direzione opposta, trasversale ai consigli di Alicja corro verso il parco, al volo prendo una bicicletta e pedalo, cazzo pedalo a Città N.: Leidsestraat di corsa diventa Heligeweg e schivando turisti è il Rokin. Nessuno mi vede gettare la bici ed entrare dalle beghine e arrivare allo Spui con un borsone di cuoio pieno: accessorio utile per il viaggio, è il mio lavoro. Sulla cazzo di Spuistraat non c’è nessuno, mi sento gelare: vorrei che questo lavoro fosse interinale. Dicono invece che è infernale: a tempo determinato biologicamente. Saluto piselli lessi patate arrosto coscia di pollo alla piastra e Heineken, insomma saluto la cara Heidi del De Keuken che all’inizio degli anni novanta mise buone parole per me con il Presidente che iniziava a mettere gli occhi su di me, su di lei li mise in altro modo. Che freddo del cazzo in questa città del cazzo. Città N. piena di fattoni transnazionali a zonzo per i canali nazionali pieni di topi nazionalisti che difendono ogni minimo centimetro al di sotto del metro d’altezza. Meno male che me ne vado. E con tre chili di erba di straforo nel borsone della ferraglia. Dicono siano questi gli errori più comuni e fatali. Evidentemente sono crimini già commessi. Me ne riuscirò ad andare? Devo andare. Inizio a camminare, veloce alla stazione. Tra i binari e gli schermi che indicano gli orari cerco di dimenticarmi le tre Heineken del pranzo e le tre canne digestive subito di fronte, cerco di dimenticare che anche quest’anno non ho ricevuto auguri per il compleanno che non ricordo quand’è. Non ricordo nemmeno se Alessio e Chiara stanno sfruttando i miei buoni per il salone di Lucia e mantenendo i rapporti con i vicini. Suzanne Vega mi canta la deliziosa vicina delle scuse per i rumori. Non ricordo nulla se non che questo è il mio treno: un TGV che mi porterà a Città N.O. partendo con la puntualità del cazzo degli olandesi e mettendoci il tempo del cazzo dell’Odissea come tutti i treni del cazzo di questo mondo. Tornerò a Città N., ma me ne vado. Due sedili più giù un gentile accompagnatore che sembra malato di AIDS chiaro, e tanto da attirare tutte le attenzioni delle guardie. Non disturberanno il mio sogno di prima classe di quando sarò in città con il mio lavoro del cazzo da fare e tre chili di erba in più. Passato il confine con la Francia me ne sono già andato. Arrivo alla Gare du Nord, tardo pomeriggio nella ville lumiére ancora spenta nella primavera in ritardo che in tutto il mondo coinvolge prima di tutto la metà omosessuale della città. I cartelloni pubblicitari invitano a evitare gin e pompelmo e ordinare un anice Ricard ovvero assenzio contemporaneo se mischiato, come faccio nel primo bar consenziente, con l’ultima punta d’acido conservato nella stilografica inchiostro verde, tanta acqua nulla zucchero poco ghiaccio. Tante Marlboro finalmente mou dopo la tragedia delle "dure" olandesi. Che meravigliosa città del cazzo, no, non come la mia Roma, ma affascinante cazzo, meravigliosa Città N.O. alle sette di sera. Arriva primavera nell’aria che trema al passare della prima parigina austera in grigio YSL o chi per lui, ballerine nere lucide calze velate capelli corti profumo di buono di Jean Patou. Un odore di segreto che si muove come nube dalle caviglie alle spalle. Si chiama Laura o Sara o Marta, forse non la ricordo ma la riconosco. Sorride e si presenta, rigorosa, in francese, poi guarda la mia cravatta, rimette a posto il nodo, cambia il mio portafoglio nel cappotto Valentino pieghe da viaggio e dice che se voglio posso chiamarla Sofie. Accetto sorridendo, sorridendo accetto tutto strada facendo per casa sua, a casa sua e poi di nuovo verso la destinazione della mia borsa. Talmente luminosa questa Città N.O. del cazzo che si vedono solo luci, ombra sulla senna, luci a risalire e poi a scendere su Avenue Paul Doumer. Dal Trocadero verso Passy dove comprerò uno zaino per l’erba al ritorno, dove comprerò un pensiero per Alessio e uno per Chiara che si amano a casa mia: due bottiglie di Taittinger e blinis per il Sevruga. Giorgio ha giurato ieri d’avermelo spedito dato che le cose giù da lui peggiorano e non torna. Chissà se torna? Se ne dovrebbe andare, dovrebbe scappare come tante volte io stesso ho pensato di fare, ma non ha mai avuto da fare e non sa come fare a dire me ne devo andare senza rischiare. Ho da fare io, ho fame e voglia di Sofie Comecazzosidice prima di andare a cagare, a lavarmi a riposarmi e riuscire comunque a prendere l’ultimo aereo per Casa dal Charles de Gaulle. La borsa rimane in Rue de Conseiller Collignon e l’erba nel mio zaino quando abbandoniamo il taxi in rue Massenet e saliamo nella spirale liberty delle scale fino al quarto piano. Il suo appartamento bellissimo: caldissimo profumato solo di donna e carbonnade à la flamande sulla cucina elettrica. Si cena a casa, credo che potrei innamorarmi. M’innamoro di una donna tanto intelligente da servire la carbonnade con la birra di cucina, mezza baguette intera per uno e un bacio sottile sul collo per buon appetito un bacio sulle labbra prima del caffè un bacio ancora e cazzo se è bella Sofie e cazzo se è tardi. Me la scopo chiedo se le è piaciuto cago e scappo: alla RER di Boulainvilliers, alla RER per Charles de Gaulle e, cazzo se è tardi corro al terminal D e cazzo cazzo cazzo al tubo Alitalia, corro al posto 2E, in business nessuno a fianco. Spumante sconosciuto negroni e noccioline, tettine della modella nella fila avanti, tanto sonno a prescindere dai soliti fastidiosi che si agitano. Paura che qualche aereo delLA Multinazionale Americana ci scambi per un aereo Libico quando saremo sul Tirreno. Il sonno m’aiuta ad andar via.

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(Propositi)


…Una volta decisa l’omissione dei principali doveri
(di poeta, di cittadino)
(benché io sappia bene che senza Dio la pratica è surrealistica)
Come dice Euripide: “La democrazia consiste
in queste semplici parole:
chi ha qualche utile consiglio da dare alla sua patria?”
Così, i miei consigli saranno di folle moderato.
Dopo la mia morte, perciò, non si sentirà la mia mancanza:
l’ambiguità importa fin che è vivo l’Ambiguo.

Mercoledì sera, Città – Città O. – Città, Primavera prêt à porter

La luce dell’ora solare sembra non volersene andare mischiandosi con tutte queste luci del cazzo lungo la consolare. Gialle le nuove, bianche e fioche le vecchie, spente ogni tanto spente sempre man mano ci si avvia in periferia. Luci del cazzo che accompagnano il mio tragitto del cazzo lungo il Tevere, direzione Villaggio Globale: il più frequentato centro sociale del cazzo tra gli innumerevoli che a pois rossi su fondo buio macchiano questa città del cazzo. Il Manifesto dice di un concerto strabiliante, in Direzione girano l’appuntamento e organizzano, io mi organizzo per conto mio che tanto di lavoro ce ne sarà per tutti. Figuriamoci che casino ne verrà fuori continuo a pensare mentre continuo a pensare che è parecchio tempo che non mi vesto da zecca che è parecchio tempo che non vado ad un concerto per lavoro, che questo mondo del cazzo meriterebbe una amante amorosa e stabile per avere stabilità. Me ne vado dal lavoro? Traffico traffico traffico, P.te Garibaldi S. Michele P.ta Portese traffico, ponte semaforo buio, tutto libero, Testaccio, arrivato e già vorrei andar via guardando mucchi di umana roba non invecchiata camminare verso la direzione che prenderò parcheggiata la nuova amica Mini, targa CD 017 AZ, della nemica BMW. Ma come funziona il mio mondo del cazzo? Alcune ragazze attirano l’attenzione per le forme che si intravedono tra i colori, i piercing, i tatuaggi, i dreadlocks e le chincaglierie made in Italy vendute agli svizzeri esportate in Cina e rivendute come originali di un qualsiasi paese in guerra i cui bimbi fanno pena alle mamme sciroccate che regalano alle figlie tutta ‘sta roba. Riconosco un paio di figlie suddette, le saluto con affetto e sorrisi offro il mio cruscotto per una striscia e trovo compagnia per una serata diversa dal solito. Salgono in macchina e parcheggiamo davanti all’entrata del centro sociale dove due negroni, né ghiaccio né fetta d’arancia, tentano di spiegarmi il prezzo per un parcheggio: troppo. Un parcheggio del cazzo in un posto del cazzo con un sorvegliante del cazzo che in questo buio mette più paura che sicurezza alle mie due nuove amiche, del cazzo, che mi consigliano di pagare per non veder rovinata la macchina. Tirano fuori argomenti sindacali e di sinistra per giustificare il ricatto. Non pago. Entriamo al concerto. Ci sono tutti, lo si capisce già all’entrata dove colgo al volo decine d’informazioni inutili sugli appuntamenti del mese. Le solite facce da cazzo in versione buttafuori di sinistra – cattivi come quelli fascisti ma sporchi e trasandati – controllano che tutto fili liscio, che il conto corrente -aperto evidentemente in Banca Popolare Etica per salvare la faccia- cresca, che tutti i colleghi di tutte le Imprese possano fare il loro lavoro e contribuire a mandare avanti la baracca piena di amianto che chiamiamo democrazia. Da bere solo birra. Prendo mezza Omega e mezza spirale, offro quel che avanza, tiro mezzo grammo di cocaina senza tagliarlo ché non c’è un cazzo di piano da utilizzare e eh, anche se ci fosse sarebbe un lordume tale che non potrei, finisco di sentire il concerto cogliendo a mala pena il nome del contrabbassista che fa bagnare una delle due zoccolette rimorchiate che giocano ad allontanarsi e avvicinarsi per capire con quale delle due possa condividere un’ora. Tutte e due? Bevo una birra e addirittura vedo uno dei Vice Direttori che sale in consolle e mi dedica una canzone. Due cinesi vestiti da cubani se ne accorgono e scatenano una rissa con tre russi conciati da calabresi e un siriano che non c’entrava niente e niente ha capito se non che tutte le foto che aveva scattato e la sua Nikon CoolPix ora ce l’ho io nel mio ufficio, ora ce l’ho io nel mio archivio personale. Adesso è proprio il caso che vada via velocemente, in silenzio tra la folla. Decido al volo tra le due zoccolette per Uma Nonlechiedonemmenocome (l’altra non si sa che fine abbia fatto) e ci dirigiamo verso il primo bar utile per un cazzo di negroni, strada facendo lei gioca a scoprire quanto il mio aspetto corrisponda alle mie intenzioni e poi ordina una Caipiriña appena entrati al Groove dove la sassofonista sembra non aver alcuna intenzione di stare al tempo della jungle che esce dalle casse, sconvolgendo, contorcendo decine di americane vestite da americane a Baltimora e profumate della loro voglia di essere a Roma come americane a Roma. Che città del cazzo, piena d’americane del cazzo, locali del cazzo e musica meravigliosa. Ormai Giovedì, l’alba: la serata sarà dedicata alla riunione dell’Impresa. Saluto Uma che la luce del Giovedì all’alba si mischia con le luci del cazzo. Questa città del cazzo mi inghiotte nella stanchezza con la sua tranquilla pacatezza cattolica di lungo corso, la cocaina è finita. Tutto è finito. Passo a casa, prendo la borsa del lavoro e la metto vicino alla porta, mi riposo sul cesso faccio la barba la doccia, ingurgito una colazione veloce: tea Assan e Shortbread scozzesi, butto nel camino a gas i vestiti di ieri sera e indosso una camicia Hugo Boss un completo in lino grezzo di Ferrè due spruzzi di M7, chiamo un taxi, prendo la borsa ed esco. Il tassista di merda si fa pagare una fortuna, per metterci circa quindici minuti più del mio record personale con la Mini di Alessio. Per lasciarmi più lontano dalle Partenze di Fiumicino di quanto io non sia mai arrivato. Lo insulto per tutto il viaggio e pesantemente all’arrivo quando protesta perché passo davanti e uso il suo cruscotto per due strisce propedeutiche al check-in ed al controllo di PS. Inutile stare ad incazzarsi su questo aeroporto che rappresenta il punto di partenza per il mondo ma una cosa è certa: a parte evitare alcuni simpatici rischi i sedentari soprattutto non devono avere a che fare con questo accrocco di modernità posticcia ed efficienza simulata che è stato dotato di un viale d’arrivo i cui lampioni sono futuristici richiami al fascio littorio, nemmeno fossimo nell’era del riflusso! Alle undici sono calmo. Calmissimo, veramente calmo e concentrato quando evito d’esser male accompagnato. Con abile passaggio dietro il bancone dell’imbarco cancello il biglietto ai compagni indesiderati di viaggio che si attaccano ai telefonini per recuperare un dispetto più che un danno. In aereo bevo senza guardare whisky rum tre Absolut Blu, tutto liscio. Tutto liscio il volo di tre ore meno una di fuso. Sceso dal taxi che mi aspettava in aeroporto calmo, calmissimo, veramente calmo e concentrato sono in Parque Eduardo VII dove con calma e concentrazione mi guardo intorno e lascio la mia borsa tra le aiuole. Verso la metro Rotunda in Praça Marqués de Pombal scanso un tipo assurdo che mi offre un pezzo di non so cosa dicendolo fumo e cambio idea: sono in anticipo per il mio appuntamento e in ritardo per il pranzo, chiamo un taxi. Vicino Cais do Sodré mangio una crema di crostacei un insalata di gamberi con vinho verde di non capisco esattamente quale provenienza, pane&burro, pane integrale. Il conto è irrisorio, mi riprometto di ringraziare la Direzione per l’indirizzo. Bella, Città O.. Un gran casino e una povertà strisciante da Impero che non c’è più e una ricchezza saltellante di un’Europa che investe in sviluppo, un gran casino pieno di tram e macchine e gente e biciclette e bar pasticceria a profusione e il Tago che scorre, bella Città O.. Sono contento di questo lavoro e finalmente arrivo a piedi a Belém dove pasteis fanno da dolce proprio in mezzo ai turisti del Pasteis de Belém. Non ci sono donne, a Città O., ma decine di cartelloni rossi con un faccione responsabile, sembra quello del mio Vice Direttore, che invitano a votare Sinistra e essere fiduciosi nel futuro: in Portogallo il vent
o atlantico ha spazzato via definitivamente Salazàr. L’appuntamento salta. Mentre mangiando il terzo pastel mi sto dirigendo al Mosteiro dos Jerónimos vedo che la MG di Jezebele appena arrivata è affiancata da una Fiat Uno Sting targa spagnola dalla quale scende uno delle brutte grinte di Fiumicino, il tipo sale nella macchina che mi aspettava e tutte e due partono in direzione della città. Adesso è il caso che vada via molto velocemente, evidentemente. Rischio di farmi ammazzare da uno di questi cazzo di tram tutto pubblicizzato dalla Coca Cola, mentre attraverso la strada corro, corro sul ponte pedonale in acciaio azzurro, corro dentro il traghetto del Transtejo che passeggia sul Tago, corro alla corriera a Trafaria e l’autista corre più che se guidassi io verso Praia de Caparica dove se proprio devo morire morirò abbronzato con un surf in mano. Mi fermo alla stazione 17 del trenino costiero modello Disney con controllori under 14 e nel bar di froci che trovo bevo due Martini, che questi i negroni se li scopano e non li bevono né immaginano che perversione siano. Scambio il mio lino Ferrè per una maglia sintetica Prada, dei pantaloni alla zuava fantasia scozzese Hotbuttered e sandali NOD al posto dei miei meravigliosi mocassini fatti a mano, ci ripenso e tengo i mocassini. Un’ora di sole e body board in prestito dal bagnino che si sente protagonista di bay watch versione sado etno gay. Sono di nuovo calmo, calmissimo cazzo. Devo andare via, le trasferte cominciano a pesarmi sempre di più. Arrivo in città che inizia a calare il buio e la bella Città O. ha un buio del cazzo che l’avvolge. Vado, alla stazione dei traghetti a Praça do Commercio alla stazione per il Sud, in Algarve arriverò domattina in città domani il prima possibile senza che sia possibile avvertire che questa sera non ci sarò per la riunione. Sono calmo, me ne vado. Forse sto invecchiando ma il semi fallimento di oggi mi rattrista almeno quanto la puzza di questo treno del cazzo pieno di portoghesi gentili che fanno delle facce da cazzo pensando che i loro sedili di seconda classe sembrano dei peggiori locali o interregionali della Calabria. La puzza di canna mi rincuora in queste vesti e colgo l’occasione di passare in Prima Classe, dove due portoghesi deliziose culleranno un sonno che arriverà per forza e pesante, con uno zaino Invicta opportunamente sottratto ad uno spacciatore spagnolo sulla strada di casa. Avrei avuto due ore per Jezebele, una, o due se Jezebele avesse offerto, per la cena probabilmente simile al pranzo: proteine nobilissime! Bella, Città O., imperiale Città O. che non pretende sofisticazione per essere dolce agli ochkzzo sto proprio invecchiando in questa mia vita del cazzo se mi dispiace d’aver mancato una imperial al Bairrio Alto nel Maggio pieno di froci, a primavera con Jezebele che alla fine non è proprio per niente Arianna e non sta ad aspettare e magari se la cava a differenza mia pure al Frágil dove avrebbe per l’ennesima volta sottolineato… vabbè l’hanno ammazzata? Passa il treno dall’orizzonte al buio e ormai me ne sono andato.

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Martedì, l'ora?, Città – Altracittà – Città, Autunno-Inverno

Corro corro e non vedo la fine di questa fottutissima autostrada, guard rail ponte ponte ponte variante di nuova costruzione ferrovia sottopassaggio ponte parcheggi, quasi estirpo il paletto che vorrebbe impedirmi di parcheggiare dove mi è congeniale. Prendo la borsa sistemo la cravatta Zegna e mi dirigo verso il metal detector che evidentemente non apprezza la maggior parte dei fottutissimi pezzi di metallo che si trovano nelle sei tasche della giacca Emporio che utilizzo quando devo viaggiare. Odio dover dire nomeecognome a questo ragazzino dalla barbetta fatta male che mi guarda cosciente della mia impunità. Sognerebbe di spararmi dritto tra gli occhi ed invece un delizioso tesserino, che lui sa, gli graffia il naso e la mia voce urla, silenziosa: cazzo cazzo cazzo fottutissima guardia vedi di non cagare il cazzo proprio a me, proprio stamattina che sono in ritardo per l’aperitivo, che sono in ritardo per lasciare la borsa a Zoe che mi aspetta all’imbarco, che sono in ritardo per l’aereo di mezzogiorno e per il pranzo di Altracittà. Che aeroporto del cazzo, degno di una città del cazzo. Paccottaglia, troiette che mostrano tutto per unmilioneemezzoalmese, senza part time senza assicurazione senza contributi, senza mutande in attesa di vendere una schifosa macchina dagli occhi a mandorla nei cui optional pare sia compresa la venditrice. Ne comprerò una, posso provare gli optional! Strano ma vero: belle cravatte, alcuni vini di grido mal conservati, gentucola finta e fintamente ben vestita che si atteggia a manager. In culo ed in bocca passando per l’orecchio destro fottutissimi aggeggetti che tengono informati su quelle quattro lire che si possiedono sparse per un mondo di poveracci. Un pezzo di merda, un collega a contratto probabilmente, mi si mette davanti nella fila per imbarcarsi prima di me e si ritrova a terra. Il bagaglio a mano che vola in direzione del bar ben gremito di immancabili turisti del cazzo che si divertono ad intasare un sistema di trasporti del cazzo per l’unico piacere di vedere l’Italia esattamente per quello che è: un paese del cazzo. Zoe poggia la tazza del cappuccino e raccoglie la borsa sbagliata. Me ne devo andare. Salgo sull’aereo occupando tre posti della prima fila. Tiro tre strisce, due capsule di malox, una xamamina. Cento occhi, chiudo gli occhi e immagino il progetto che presenterò e che avrei dovuto elaborare da due settimane senza averne il tempo e senza essermi sforzato per trovarlo. Linate taxi sobrietà preoccupante, pranzo di lavoro in anonimo ristorante pagato dal Presidente, visita alla mostra sui crociati: giovedì si saprà del grande successo del progetto. Taxi, stazione Cadorna, Arianna in un tailleur Ferrè che costa quanto la sua Mercedes con autista guardiadelcorpo gigolò pompato di turno. Che città del cazzo, brutta caotica e del cazzo, distrugge le aspirazioni di queste troiette vestite Cavalli senza lasciar traccia di sé in chiunque vi passi per affari amori o droghe. Con la primavera arrivata in anticipo mi dedico con tutto il cuore all’aperitivo. Mi dedico senza cuore ai ricordi di che cazzo di persona ero quando avevo dieci anni di meno. Due negroni con Carpano e una Absolut Blu. In macchina con Arianna che continua a fare insider trading con portatile e cellulare per conto delLA Multinazionale Americana concorrente dell’Impresa per la quale lavoriamo. Lei ha un contatto contratto da centotrenta milioni al mese, netti. Provo una certa invidia per i colleghi che sanno fare il nostro mestiere scegliendoselo nelle sfere più alte del settore finanza, io per me non mi preoccupo dato che la più grossa novità che il MIB ha palesato nella mia vita è l’interruzione del credito da parte di tutte le banche, causa scoperto eccessivo, rispetto al fido assicuratomi. Banche di merda, banchieri di merda, bancari sfigati di merda che si divertono a maneggiare cazzi non loro e soldi che mai possiederanno. Arrivo a Linate con lo scoperto recuperato da Arianna in venticinque minuti, cinque minuti li concedo ad una sveltina poco soddisfacente da quasi cinquanta milioni e mi convinco che le donne hanno un senso dell’economia distorta quando si tratta di sentirsi apprezzate. Questi fottuti barbari mi mettono in lista di attesa avendo, dicono, perso l’aereo prenotato. Quasi distruggo la giacca di questa stronza assistente di volo sulla via della pensione destinata a scalo di secondaria importanza. Cinque minuti dopo sono sull’aereo prenotato il cui imbarco, ne ero certo, era finito da chissenefrega. Alle nove sono in Città e comincio ad accusare la totale mancanza di sostanze stupefacenti. La Mini pare sia sopravvissuta a Polizia e pizzardoni poco vigili, incolume addirittura da multe. Mi guarda con fare benevolo a garantire che in cambio di pochi soldi mi riporterà a casa dove troverò tutta la droga e la tenerezza di cui – in pratica più che in teoria – ho bisogno dopo un viaggio così importante per la mia cazzo di carriera in un campo tanto interessante quanto inconfessabile. Quasi in trance ripercorro la strada al contrario di stamattina ma mi ritrovo assurdamente in periferia, quasi mi perdo, non ci capisco più un cazzo, si fa mezzanotte prima che riesca a vedere il lampeggiante aprire il cancello per far entrare la macchina e indicarmi la via verso la cucina il bagno lo studio il salotto il notebook Compaq, il cesso il tavolo di cristallo il bar. Posta elettronica segreteria telefonica Alice mnemonica che ricorda gli appuntamenti di domani: Jezebele psichedelica che parte per Città N. Uma per Città N.E. e Arianna per La città con la ricevuta del bonifico e l’eau vive prenotato: domani sera alle otto in punto. Cazzo, cazzo cazzo cazzo, ‘fanculo a tutti domani ci sarà il sole e il benessere non deve dipendere né da Lucia né dall’attività programmata, tantomeno dalla stagione. Champagne, invito Giorgio ed Andrea ad un pranzo Caprese per domani attraverso tutti i mezzi di comunicazione disponibili, finisco la bottiglia e squadro i fogli di Alessio abbandonati su un tavolo che sa troppo pregiato per disordinarlo con i suoi appunti, mangio due strisce di cocaina e uno yogurt Müller con zucchero d’uva. Penso: dimagrire smettere di drogarmi farla finita con gli incidenti stradali e con tutte le donne che non siano il mio unico amore, decido di scrivere un educato diario di ciò che succede durante i miei normalissimi giorni futuri, decido di smettere di fare questo lavoro. Appaiono Alessio e Chiara, in pigiama di cotone Chaps e pantofole Burberrys che ho comprato per le mie sere invernali a Città O.O. Città E.E. e Città S. Decido: arrivare a uccidere drogarmi essere me stesso, non so più chi sono e bevo alla salute della Phillip Morris, multinazionale americana super partes. Chiara scompare nell’azzurro delle mie Marlboro morbide nel nerastro provocato da quel delinquente del suo amore. Alessio si sta divertendo a fiammeggiare il mio filetto al pepe verde, segno inequivocabile della rinuncia a vegetarianesimo e buoni propositi; lo digerirò con un appropriato kirsh per aperitivo, un Bordeaux ’92 non eccessivamente raro e… null’altro dato che la festa in mio onore di ieri sera ha prosciugato, senza che vi riuscissi a partecipare, tutte le scorte di superalcolici, per un totale di sei milioni. Vaffanculo gli amici e tutti gli ospiti del mondo. I fricchettoni in particolare. La droga, dice Bulgakov, è salva. Un passo avanti, il primo, dato che me ne dovrei andare. Anche se non ho nulla da fare se non ascoltare parlare trasportare, non ho dove andare se non dove mi dicono e non ho la minima idea di che ore siano: buio tutt’intorno.

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Primo giorno di lavoro


Lunedì 9 Luglio. Primo giorno di lavoro, stacco al fischio di inizio della partita.
La nazionale vince la coppa del mondo.
Il gioco del calcio, da quando ho coscienza delle cose del mondo, suscita in questo popolo che mi è intorno passione incomprensibile e chiasso smodato.
Per la seconda volta nella mia vita vedo la selezione nazionale vincere la coppa del mondo.
Emozione zero, però sono contento.
Complimenti ai giocatori, alla sciarpa di Guido Rossi, a Gianna Nannini, a Zizou che si ritira e a Goffredo Mameli (popopopopopopò).
Mi sarebbe piaciuto che, forse nell’unico momento in cui è manifesta tra gli italiani l’emozione per la gloria patria, fosse stato ancora Carlo Azeglio Ciampi a ricordarci l’Italia cos’è.

E improvvisamente mi sento viva


E improvvisamente mi sento viva
Ora,
che il tramonto vorrei fissarlo
a cuor leggero
so già che domani
passerà inosservato.

Risotto alla milanese

Ingredienti:
400g di riso vialone nano
60g di burro
Mezza cipolla
1/2 bicchiere di vino bianco secco
0,4g di Zafferano
Brodo di carne

Preparazione:
fate appassire in 2/3 del burro fatto schiumare la cipolla, quindi alzate la fiamma e tostate il riso, sfumate con il vino bianco e portate a cottura mescolando di continuo con il brodo aggiunto di tanto in tanto un mestolo alla volta.
Cinque minuti prima che sia cotto aggiungete lo zafferano sciolto in pochissima acqua e il burro rimasto per mantecare.
C’è chi ci vuole il parmigiano grattugiato. Consiglio, se proprio si volesse far riferimento alla ricetta originale di utilizzare del midollo, 30g, facendolo cuocere, all’inizio, insieme alla cipolla.