
È la terza mattina che il portiere bastardo schiavo delLA Multinazionale Americana ci sveglia ripetendo di essersi sbagliato con la stanza 19 o con la 15, cazzo sono la 17! Mi riprometto di farlo saltare per aria: terrò del plastico da quello che devo recapitare. Con il plastico far saltare il Canal House e il suo portiere della mattina che deciderò di far licenziare comunque. Telefono a Arianna, cazzo. Mi lavo mentre Alicja inizia a fare le fusa, poi mangeremo. Io due madeleine un caffè con tanto zucchero un digestive biologico due canne di Barbarian Nepal Skunk un malox e trenta gocce di concentrato di ginseng. Lei pane&burro con e senza marmellata di albicocche e fragole, salumi&formaggi e acqua minerale, altro pane bruscato, succo di frutta, una mela, una arancia, niente caffè senza zucchero. Mangia me che mi sento già un babà strafatto con il Saint James della Martinica a portata di mano sul comodino. Non rispondo più al telefono: mi vesto grigio Armani, cravatta Missoni su camicia e cappotto Valentino azzurro occhi, azzurro Savoia, azzurro cielo di Città N. gelida riflessa sul Keisers Gracht. Due tre quattro gocce, CK Obsession. Due passi e sono da Greenpeace a scambiare informazioni, a scambiare adesivi con questa deliziosa polacca che mi consiglia sulla mia giornata come se nessuno ci sentisse e sorride, sorride e cerca di modificare il nodo alla cravatta appena fatto. Quasi le stacco una mano con il tagliacarte-coccodrillo manufatto dagli aborigeni dell’ambasciata Inglese per conto dei cugini tatuati dell’emisfero australe. Devo andare. Umanamente. Con Alicja cazzo, con lei di corsa sul Prinsen Gracht, la casa di Anna Frank e ancora un onda leggera fino al Cafè de Tap dove la lascio con tutti i suoi cazzi e senza droga ad aspettare la sua amica Agnieszka Comecazzosidice per pranzo. Corro corro corro, corro in direzione opposta, trasversale ai consigli di Alicja corro verso il parco, al volo prendo una bicicletta e pedalo, cazzo pedalo a Città N.: Leidsestraat di corsa diventa Heligeweg e schivando turisti è il Rokin. Nessuno mi vede gettare la bici ed entrare dalle beghine e arrivare allo Spui con un borsone di cuoio pieno: accessorio utile per il viaggio, è il mio lavoro. Sulla cazzo di Spuistraat non c’è nessuno, mi sento gelare: vorrei che questo lavoro fosse interinale. Dicono invece che è infernale: a tempo determinato biologicamente. Saluto piselli lessi patate arrosto coscia di pollo alla piastra e Heineken, insomma saluto la cara Heidi del De Keuken che all’inizio degli anni novanta mise buone parole per me con il Presidente che iniziava a mettere gli occhi su di me, su di lei li mise in altro modo. Che freddo del cazzo in questa città del cazzo. Città N. piena di fattoni transnazionali a zonzo per i canali nazionali pieni di topi nazionalisti che difendono ogni minimo centimetro al di sotto del metro d’altezza. Meno male che me ne vado. E con tre chili di erba di straforo nel borsone della ferraglia. Dicono siano questi gli errori più comuni e fatali. Evidentemente sono crimini già commessi. Me ne riuscirò ad andare? Devo andare. Inizio a camminare, veloce alla stazione. Tra i binari e gli schermi che indicano gli orari cerco di dimenticarmi le tre Heineken del pranzo e le tre canne digestive subito di fronte, cerco di dimenticare che anche quest’anno non ho ricevuto auguri per il compleanno che non ricordo quand’è. Non ricordo nemmeno se Alessio e Chiara stanno sfruttando i miei buoni per il salone di Lucia e mantenendo i rapporti con i vicini. Suzanne Vega mi canta la deliziosa vicina delle scuse per i rumori. Non ricordo nulla se non che questo è il mio treno: un TGV che mi porterà a Città N.O. partendo con la puntualità del cazzo degli olandesi e mettendoci il tempo del cazzo dell’Odissea come tutti i treni del cazzo di questo mondo. Tornerò a Città N., ma me ne vado. Due sedili più giù un gentile accompagnatore che sembra malato di AIDS chiaro, e tanto da attirare tutte le attenzioni delle guardie. Non disturberanno il mio sogno di prima classe di quando sarò in città con il mio lavoro del cazzo da fare e tre chili di erba in più. Passato il confine con la Francia me ne sono già andato. Arrivo alla Gare du Nord, tardo pomeriggio nella ville lumiére ancora spenta nella primavera in ritardo che in tutto il mondo coinvolge prima di tutto la metà omosessuale della città. I cartelloni pubblicitari invitano a evitare gin e pompelmo e ordinare un anice Ricard ovvero assenzio contemporaneo se mischiato, come faccio nel primo bar consenziente, con l’ultima punta d’acido conservato nella stilografica inchiostro verde, tanta acqua nulla zucchero poco ghiaccio. Tante Marlboro finalmente mou dopo la tragedia delle "dure" olandesi. Che meravigliosa città del cazzo, no, non come la mia Roma, ma affascinante cazzo, meravigliosa Città N.O. alle sette di sera. Arriva primavera nell’aria che trema al passare della prima parigina austera in grigio YSL o chi per lui, ballerine nere lucide calze velate capelli corti profumo di buono di Jean Patou. Un odore di segreto che si muove come nube dalle caviglie alle spalle. Si chiama Laura o Sara o Marta, forse non la ricordo ma la riconosco. Sorride e si presenta, rigorosa, in francese, poi guarda la mia cravatta, rimette a posto il nodo, cambia il mio portafoglio nel cappotto Valentino pieghe da viaggio e dice che se voglio posso chiamarla Sofie. Accetto sorridendo, sorridendo accetto tutto strada facendo per casa sua, a casa sua e poi di nuovo verso la destinazione della mia borsa. Talmente luminosa questa Città N.O. del cazzo che si vedono solo luci, ombra sulla senna, luci a risalire e poi a scendere su Avenue Paul Doumer. Dal Trocadero verso Passy dove comprerò uno zaino per l’erba al ritorno, dove comprerò un pensiero per Alessio e uno per Chiara che si amano a casa mia: due bottiglie di Taittinger e blinis per il Sevruga. Giorgio ha giurato ieri d’avermelo spedito dato che le cose giù da lui peggiorano e non torna. Chissà se torna? Se ne dovrebbe andare, dovrebbe scappare come tante volte io stesso ho pensato di fare, ma non ha mai avuto da fare e non sa come fare a dire me ne devo andare senza rischiare. Ho da fare io, ho fame e voglia di Sofie Comecazzosidice prima di andare a cagare, a lavarmi a riposarmi e riuscire comunque a prendere l’ultimo aereo per Casa dal Charles de Gaulle. La borsa rimane in Rue de Conseiller Collignon e l’erba nel mio zaino quando abbandoniamo il taxi in rue Massenet e saliamo nella spirale liberty delle scale fino al quarto piano. Il suo appartamento bellissimo: caldissimo profumato solo di donna e carbonnade à la flamande sulla cucina elettrica. Si cena a casa, credo che potrei innamorarmi. M’innamoro di una donna tanto intelligente da servire la carbonnade con la birra di cucina, mezza baguette intera per uno e un bacio sottile sul collo per buon appetito un bacio sulle labbra prima del caffè un bacio ancora e cazzo se è bella Sofie e cazzo se è tardi. Me la scopo chiedo se le è piaciuto cago e scappo: alla RER di Boulainvilliers, alla RER per Charles de Gaulle e, cazzo se è tardi corro al terminal D e cazzo cazzo cazzo al tubo Alitalia, corro al posto 2E, in business nessuno a fianco. Spumante sconosciuto negroni e noccioline, tettine della modella nella fila avanti, tanto sonno a prescindere dai soliti fastidiosi che si agitano. Paura che qualche aereo delLA Multinazionale Americana ci scambi per un aereo Libico quando saremo sul Tirreno. Il sonno m’aiuta ad andar via.
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