
La luce dell’ora solare sembra non volersene andare mischiandosi con tutte queste luci del cazzo lungo la consolare. Gialle le nuove, bianche e fioche le vecchie, spente ogni tanto spente sempre man mano ci si avvia in periferia. Luci del cazzo che accompagnano il mio tragitto del cazzo lungo il Tevere, direzione Villaggio Globale: il più frequentato centro sociale del cazzo tra gli innumerevoli che a pois rossi su fondo buio macchiano questa città del cazzo. Il Manifesto dice di un concerto strabiliante, in Direzione girano l’appuntamento e organizzano, io mi organizzo per conto mio che tanto di lavoro ce ne sarà per tutti. Figuriamoci che casino ne verrà fuori continuo a pensare mentre continuo a pensare che è parecchio tempo che non mi vesto da zecca che è parecchio tempo che non vado ad un concerto per lavoro, che questo mondo del cazzo meriterebbe una amante amorosa e stabile per avere stabilità. Me ne vado dal lavoro? Traffico traffico traffico, P.te Garibaldi S. Michele P.ta Portese traffico, ponte semaforo buio, tutto libero, Testaccio, arrivato e già vorrei andar via guardando mucchi di umana roba non invecchiata camminare verso la direzione che prenderò parcheggiata la nuova amica Mini, targa CD 017 AZ, della nemica BMW. Ma come funziona il mio mondo del cazzo? Alcune ragazze attirano l’attenzione per le forme che si intravedono tra i colori, i piercing, i tatuaggi, i dreadlocks e le chincaglierie made in Italy vendute agli svizzeri esportate in Cina e rivendute come originali di un qualsiasi paese in guerra i cui bimbi fanno pena alle mamme sciroccate che regalano alle figlie tutta ‘sta roba. Riconosco un paio di figlie suddette, le saluto con affetto e sorrisi offro il mio cruscotto per una striscia e trovo compagnia per una serata diversa dal solito. Salgono in macchina e parcheggiamo davanti all’entrata del centro sociale dove due negroni, né ghiaccio né fetta d’arancia, tentano di spiegarmi il prezzo per un parcheggio: troppo. Un parcheggio del cazzo in un posto del cazzo con un sorvegliante del cazzo che in questo buio mette più paura che sicurezza alle mie due nuove amiche, del cazzo, che mi consigliano di pagare per non veder rovinata la macchina. Tirano fuori argomenti sindacali e di sinistra per giustificare il ricatto. Non pago. Entriamo al concerto. Ci sono tutti, lo si capisce già all’entrata dove colgo al volo decine d’informazioni inutili sugli appuntamenti del mese. Le solite facce da cazzo in versione buttafuori di sinistra – cattivi come quelli fascisti ma sporchi e trasandati – controllano che tutto fili liscio, che il conto corrente -aperto evidentemente in Banca Popolare Etica per salvare la faccia- cresca, che tutti i colleghi di tutte le Imprese possano fare il loro lavoro e contribuire a mandare avanti la baracca piena di amianto che chiamiamo democrazia. Da bere solo birra. Prendo mezza Omega e mezza spirale, offro quel che avanza, tiro mezzo grammo di cocaina senza tagliarlo ché non c’è un cazzo di piano da utilizzare e eh, anche se ci fosse sarebbe un lordume tale che non potrei, finisco di sentire il concerto cogliendo a mala pena il nome del contrabbassista che fa bagnare una delle due zoccolette rimorchiate che giocano ad allontanarsi e avvicinarsi per capire con quale delle due possa condividere un’ora. Tutte e due? Bevo una birra e addirittura vedo uno dei Vice Direttori che sale in consolle e mi dedica una canzone. Due cinesi vestiti da cubani se ne accorgono e scatenano una rissa con tre russi conciati da calabresi e un siriano che non c’entrava niente e niente ha capito se non che tutte le foto che aveva scattato e la sua Nikon CoolPix ora ce l’ho io nel mio ufficio, ora ce l’ho io nel mio archivio personale. Adesso è proprio il caso che vada via velocemente, in silenzio tra la folla. Decido al volo tra le due zoccolette per Uma Nonlechiedonemmenocome (l’altra non si sa che fine abbia fatto) e ci dirigiamo verso il primo bar utile per un cazzo di negroni, strada facendo lei gioca a scoprire quanto il mio aspetto corrisponda alle mie intenzioni e poi ordina una Caipiriña appena entrati al Groove dove la sassofonista sembra non aver alcuna intenzione di stare al tempo della jungle che esce dalle casse, sconvolgendo, contorcendo decine di americane vestite da americane a Baltimora e profumate della loro voglia di essere a Roma come americane a Roma. Che città del cazzo, piena d’americane del cazzo, locali del cazzo e musica meravigliosa. Ormai Giovedì, l’alba: la serata sarà dedicata alla riunione dell’Impresa. Saluto Uma che la luce del Giovedì all’alba si mischia con le luci del cazzo. Questa città del cazzo mi inghiotte nella stanchezza con la sua tranquilla pacatezza cattolica di lungo corso, la cocaina è finita. Tutto è finito. Passo a casa, prendo la borsa del lavoro e la metto vicino alla porta, mi riposo sul cesso faccio la barba la doccia, ingurgito una colazione veloce: tea Assan e Shortbread scozzesi, butto nel camino a gas i vestiti di ieri sera e indosso una camicia Hugo Boss un completo in lino grezzo di Ferrè due spruzzi di M7, chiamo un taxi, prendo la borsa ed esco. Il tassista di merda si fa pagare una fortuna, per metterci circa quindici minuti più del mio record personale con la Mini di Alessio. Per lasciarmi più lontano dalle Partenze di Fiumicino di quanto io non sia mai arrivato. Lo insulto per tutto il viaggio e pesantemente all’arrivo quando protesta perché passo davanti e uso il suo cruscotto per due strisce propedeutiche al check-in ed al controllo di PS. Inutile stare ad incazzarsi su questo aeroporto che rappresenta il punto di partenza per il mondo ma una cosa è certa: a parte evitare alcuni simpatici rischi i sedentari soprattutto non devono avere a che fare con questo accrocco di modernità posticcia ed efficienza simulata che è stato dotato di un viale d’arrivo i cui lampioni sono futuristici richiami al fascio littorio, nemmeno fossimo nell’era del riflusso! Alle undici sono calmo. Calmissimo, veramente calmo e concentrato quando evito d’esser male accompagnato. Con abile passaggio dietro il bancone dell’imbarco cancello il biglietto ai compagni indesiderati di viaggio che si attaccano ai telefonini per recuperare un dispetto più che un danno. In aereo bevo senza guardare whisky rum tre Absolut Blu, tutto liscio. Tutto liscio il volo di tre ore meno una di fuso. Sceso dal taxi che mi aspettava in aeroporto calmo, calmissimo, veramente calmo e concentrato sono in Parque Eduardo VII dove con calma e concentrazione mi guardo intorno e lascio la mia borsa tra le aiuole. Verso la metro Rotunda in Praça Marqués de Pombal scanso un tipo assurdo che mi offre un pezzo di non so cosa dicendolo fumo e cambio idea: sono in anticipo per il mio appuntamento e in ritardo per il pranzo, chiamo un taxi. Vicino Cais do Sodré mangio una crema di crostacei un insalata di gamberi con vinho verde di non capisco esattamente quale provenienza, pane&burro, pane integrale. Il conto è irrisorio, mi riprometto di ringraziare la Direzione per l’indirizzo. Bella, Città O.. Un gran casino e una povertà strisciante da Impero che non c’è più e una ricchezza saltellante di un’Europa che investe in sviluppo, un gran casino pieno di tram e macchine e gente e biciclette e bar pasticceria a profusione e il Tago che scorre, bella Città O.. Sono contento di questo lavoro e finalmente arrivo a piedi a Belém dove pasteis fanno da dolce proprio in mezzo ai turisti del Pasteis de Belém. Non ci sono donne, a Città O., ma decine di cartelloni rossi con un faccione responsabile, sembra quello del mio Vice Direttore, che invitano a votare Sinistra e essere fiduciosi nel futuro: in Portogallo il vent
o atlantico ha spazzato via definitivamente Salazàr. L’appuntamento salta. Mentre mangiando il terzo pastel mi sto dirigendo al Mosteiro dos Jerónimos vedo che la MG di Jezebele appena arrivata è affiancata da una Fiat Uno Sting targa spagnola dalla quale scende uno delle brutte grinte di Fiumicino, il tipo sale nella macchina che mi aspettava e tutte e due partono in direzione della città. Adesso è il caso che vada via molto velocemente, evidentemente. Rischio di farmi ammazzare da uno di questi cazzo di tram tutto pubblicizzato dalla Coca Cola, mentre attraverso la strada corro, corro sul ponte pedonale in acciaio azzurro, corro dentro il traghetto del Transtejo che passeggia sul Tago, corro alla corriera a Trafaria e l’autista corre più che se guidassi io verso Praia de Caparica dove se proprio devo morire morirò abbronzato con un surf in mano. Mi fermo alla stazione 17 del trenino costiero modello Disney con controllori under 14 e nel bar di froci che trovo bevo due Martini, che questi i negroni se li scopano e non li bevono né immaginano che perversione siano. Scambio il mio lino Ferrè per una maglia sintetica Prada, dei pantaloni alla zuava fantasia scozzese Hotbuttered e sandali NOD al posto dei miei meravigliosi mocassini fatti a mano, ci ripenso e tengo i mocassini. Un’ora di sole e body board in prestito dal bagnino che si sente protagonista di bay watch versione sado etno gay. Sono di nuovo calmo, calmissimo cazzo. Devo andare via, le trasferte cominciano a pesarmi sempre di più. Arrivo in città che inizia a calare il buio e la bella Città O. ha un buio del cazzo che l’avvolge. Vado, alla stazione dei traghetti a Praça do Commercio alla stazione per il Sud, in Algarve arriverò domattina in città domani il prima possibile senza che sia possibile avvertire che questa sera non ci sarò per la riunione. Sono calmo, me ne vado. Forse sto invecchiando ma il semi fallimento di oggi mi rattrista almeno quanto la puzza di questo treno del cazzo pieno di portoghesi gentili che fanno delle facce da cazzo pensando che i loro sedili di seconda classe sembrano dei peggiori locali o interregionali della Calabria. La puzza di canna mi rincuora in queste vesti e colgo l’occasione di passare in Prima Classe, dove due portoghesi deliziose culleranno un sonno che arriverà per forza e pesante, con uno zaino Invicta opportunamente sottratto ad uno spacciatore spagnolo sulla strada di casa. Avrei avuto due ore per Jezebele, una, o due se Jezebele avesse offerto, per la cena probabilmente simile al pranzo: proteine nobilissime! Bella, Città O., imperiale Città O. che non pretende sofisticazione per essere dolce agli ochkzzo sto proprio invecchiando in questa mia vita del cazzo se mi dispiace d’aver mancato una imperial al Bairrio Alto nel Maggio pieno di froci, a primavera con Jezebele che alla fine non è proprio per niente Arianna e non sta ad aspettare e magari se la cava a differenza mia pure al Frágil dove avrebbe per l’ennesima volta sottolineato… vabbè l’hanno ammazzata? Passa il treno dall’orizzonte al buio e ormai me ne sono andato.
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