Costellazioni sistemiche

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Romana balbuzie di pronomi personali
per costellazioni indifferenti ai telescopi
e agli indovini. Tempo di elezioni,
dichiarazioni, redditi presunti di cittadinanza
complice d’inattività affaccendata. La spesa,
la pappa, il bagno, il riposo. Non ha un anno,
non ho quarant’anni. Europa e affanni.

Il bollettino della vittoria delle iniziali dello sconfitto
ma Oberdan in ogni paese, nella nazione Mazzini.
Un secolo dalla guerra grande, l’ultima, la grande
del risorgimento sconfitto, prima della terza Roma
così fraintesa già dopo il tradimento con l’intesa.

Ma questa capitale pena, a volte è troppo grande:
troppo piccolo il mondo delle graminacee
sulle gradinate, dei solai al sole, degli anabattisti,
dei cristi slavi negli stati delle meraviglie.
Non avevo dieci anni, non ho quarant’anni.

Alice è sempre stata tra le maglie,
tra la pioggia e il mare, se ne andò da Roma
che era una donna, che ero un bambino,
eravamo coetanei. Alice adesso penso ormai
da qualche anno andò a vedere
la gigantesca scritta Coop, eppure le mura
quando sbagliai strada verso l’Adriatico
per non passare da Bologna
di ritorno da Amsterdam.
Avevo vent’anni. Volevo cent’anni ancora, era allora.

Rosa rapide pecore pop, porno, geni che vanno
e vengono, luci di Malagrotta del divino amore,
sere primaverili e figuri non del tutto ostili.
Parlano in silenzio come i ponti
inaugurati da animali diretti all’inferno.
Non avevo trent’anni, dicevo trentatré, dicevo a te.

Giorni che dice che fa dimenticare tutto
super psicotropa per super io, arriva
il momento d’essere compresi se
non da tutti da qualcuno in più,
per qualche cosa di più. Denaro, parole
o sorrisi è uguale: come quando dicevano
fossi come l’edera come quando mi dicevo
tengo l’edera (d’Ikea, credo fa lo stesso).

In questo mondo bipede mi perseguitano
i madrileni che non dormono, come i romani
che non escono, che si autoimmobilizzano
come quando fuori piove.
Carte di ricette di gattò di patate
e gioiosi svenevoli alla luce e in assenza
di comuni scheletri da cui fuggire.

Spiego tutta la storia come il continuo
divenire dell’origine di ognuno di noi.
Narciso che s’era annoiato, che rischiò di diventare cieco.
Giasone che cercava l’oro, il mito ma che con una bionda,
una bionda vera, s’accontentava.

Largo Cristina di Svezia, l’orto botanico
dietro l’accademia dei Lincei a via della Lungara.
Sensazione post adolescenziale dell’opportunità
cinguettii di fiducia cornetto cappuccino
i giovani di quegli anni saranno ricordati
per l’assenza degli adesivi ormai inutili
in assenza di carta, per quelle magliette
così 90’s, cioè 70’s cioè, cioè
così: prese in cantina.

La vera gioia in vita, e che dio ti benedica
che dio vi benedica, lo benedica. Dicono.
Dice anche non mi proteggere da niente.
E ti direi di non proteggere nemmeno lui.
Non a un anno certo, non a venti, nemmeno a quaranta.
Certo, ma qualche dubbio a trentatré.

Il caldo d’inverno

USA

Anubi appare in tutte le sue forme

Di notte come fosse l’idolo della morale elastica

dell’animale, di chi può dichiarare

il demone buono, vero, bello e ovvio viceversa.

 

Tra chi vuole Oriente, anche l’estremo dei tropici o il sole australe

cerco il cemento armato e il verde ben curato. Parigi, Berlino,

Madrid: fantasie su quadri di Tilson e buona pace per la campana.

 

Filastrocca senza rima per i bambini che eravamo

prima sono nei sogni che si fanno incubi e risvegli

poi sono io che penso a te che dormi e poi sbadigli

 

La malinconia dei pony, dei giorni super express

dei clown il trucco sfatato del progresso acetato

– e anche se sei piccolo sembri aver proprio capito –

che è la serenità, la téchne, il cratere del futuro.

 

Sono gli arieti grassi o sogni della regina di Colombo

o di lei tempio, ospedale e bestia rara, che si sfanno

nelle rose gialle tra il verde di maggio, sono labbra

tra l’indaco e il borgogna, la prugna, il passato – “s’è svejato!”

 

L’immagine è un collage con le opere di Julian Montague della serie “State of America”

Tibidabo

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La bellezza è verità, e la verità bellezza. Questo è

quanto in terra sappiate, quanto vi possa bastare. J.K.

 

Non ti posso dar la vita che è già tua ma

carta, penna e una basilare geografia.

Ti devo le giostre e tutte le mie finestre.

 

Ti devo l’artista che sente e vede

quel che non vedono

che non sentono.

La goccia che fa traboccare

la noia fumo goccia

a goccia nella notte

dal lavabo del piano di sopra.

La sottile linea che sa separa

l’aperitivo e la cena, gli avanzi e il buffet.

Il rosso, il blu, il sangue dalle sole parole.

Delle nature morte

principalmente per la loro sorte

non so raccontare.

 

Ti devo quella minoranza profumata

d’educata ribellione,

un’amata, il rispetto.

La scelta silenziosa, la sosta nella luce

all’aria dei vicoli bui

e il cielo tutto sopra

e sotto se ha piovuto.

 

Del vincolo affettivo

dell’unione naturale

dell’assenza di credo che non si fa fede

involontaria o inarrestabile e cosciente

ti dirò se proprio vuoi.

Poiché ti devo

le barbe ben fatte e le barbe vere

i rasoi elettrici, le Barbie serie

e l’esperienza – che non è niente

e la curiosità che dall’inizio si sente.

 

Ti dovrei la vetta, il fondo e l’equilibrio

ma avrai tempo per scavare

scalare e amare.

E poi non ti fidare

abbi dubbi

chiedi:

perché no? Perché si?

(“perché: no è no!” non è una gran ragione e “si, perché è così!” non è poi proprio così.)

 

Dovrei darti delle risposte convincenti, sic!

ora sono l’Autorità, con te

esercito il potere legittimato da natura

(in ogni caso c’è Wikipedia gratis per aiutare, a casa dei nonni la Treccani per controllare).

 

Ti devo la storia e ti dovevo una poesia

titolata in bestemmia per i bigotti

edotti alla riuscita della tua nascita.

Giustizia, bellezza e verità, azione suprema

o quel che vuoi ch’essa sia,

sono per te, da oggi in poi, scelte che puoi.

A Roma, alle 4,30 di oggi 9 luglio 2013 è nato Enrico, figlio di Alessandra e mio

 

(Il) logico biglietto inutile

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Il giorno dei santi Pietro e Paolo

pensò una vita più combattuta.

Alcune parole non coincidono,

il resto dolore e riso sguaiato.

Essere bello

a vederne il fine e non il mezzo.

 

Il giorno dei santi Pietro e Paolo

pensò una vita più combattuta

ma alcune parole non coincisero,

al dolore sguaiato abbandonato.

 

Il giorno dei santi Pietro e Paolo

volle una spiaggia meno affollata

Roma deserta, la fronte gelata.

 

Volle volare o donare mattoni.

Però dice il tg che oggi c’è crisi

e la gente non se n’è andata,

tra le nuvole e il sole, da Roma

che è Italia ed oggi è affollata.

 

 

L’immagine è tratta dalla finta mappa logica “I have a dream”, la trovate alla libreria Altroquando, dove Piazza Pasquino lascia entrare Via del Governo Vecchio o seguendo questo link

Mainstream Crodino

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Perché il male abbia il sopravvento gli atti di alcune persone non sono sufficienti, la grande maggioranza delle persone deve anche rimanere indifferente. Ed è qualcosa che tutti siamo perfettamente in grado di fare. Z.T.

Il cielo ribolle di contabilizzatori

e di fredde stanze condizionanti

nella primavera che si immischia

in fatti bui d’autunno già avanzato.

La Violetta, più che di Pericle

sembra l’etera di Miller, ma Newton

la fa fumare con la gravità che è del caso,

tra le nude 80’s è l’unica che ti è vicina

nel rinascimento d’ederine, succulente

e lese maestre di notti desiderabili.

Torino, Milano, Roma, il medioevo:

volte s’aprono tra lampi e ghiacci

ed esce l’azzurro nuovo, lascia il rosso

a ben sperare per i bei tempi a venire.

Analcolico il mondo che resta in fango

ritraggo l’orlo dal tallone, chiudo

la patta, la giacca, bottone a bottone

aspetto d’essere impermeabile

e raccontarti le tessere del domino

che fu di Tucidide, il fuoriuscito,

tartaruga del tempo andato.

Timeo, Metastasio del melodramma

prelato, e la canzonetta della libertà.

L’enigma dell’Algida è diventato

per l’estate sbagliato.

Ripeto: l’enigma è diventato

sbagliato per l’estate.

Ti racconto Alamo

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La vita, prima o poi, diventa ciò che vuoi, Timoria, 1992

(Parole, frasi, idee, non importa quanto sottili o ingegnose, i voli più folli della poesia, i sogni più profondi, le visioni più allucinanti, non sono altro che rozzi geroglifici cesellati nella sofferenza e nel dolore per commemorare un evento non comunicabile. – H.M.)

 

 

Nella grande città

del mondo che conosciamo quasi

per intero, seguire il padre non è folle:

certo conserva amore e conservare non è male.

Ma proprio non lo puoi spacciar per progredire.

In versi vorrei evitare di parlarti degli angeli

che orinano in opere prime e film d’autore

come su una copertina del Berkeley Barb,

così come in vita – ma nulla è certo – sarebbe

meglio guardarsi dall’essere re, alla sua corte

o vivere la sindrome che fu di visite al Bernini

quand’ancora al borgo seguiva la sua spina,

non lasciarsi, insomma, bagnare dalla pioggia.

Meglio sarà non credersi Napoleone

quello vero, considerare la democrazia

come un affarone, partecipare

perché è l’invito ricorrente di un caporale.

Ma sentire il padre non sempre è un male.

D’altronde il tempo è pieno di prime volte

s’inizia venendo a vederne

e prima o poi con la morte

si fa l’ultima ch’è per noi che siamo umani.

Si fa anche con le proprie mani

e meglio se interposte.

Questa è quella che noi chiamiamo guerra.

Ti consiglierei cioè di non rubare, uccidere

o far del male, né per gioco o solo amore.

Di non illuderti che le donne di vent’anni

prima degli sguardi siano meno lontane

delle stelle, o che le donne di trent’anni

siano prive d’ansie del futuro che ricorre.

C’è tempo ancora, c’è tempo per capire

che si attraversa ogni strada sulle righe

e tra loro si legge verità che non si dice.

Ti racconto un favola cardiaca,

lasciandoti nel dubbio che sia afrodisiaca.

Prima che tu nascessi ho detto qualche parola,

di notte ne ho perse tante che poi nessuno sa

ma anche oggi qualcuna, da scritta, ti rimane.

Educazione americana

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…il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me. (I.K.)

 

 

Ho smesso di portare l’orologio anni fa

lo rimetto solo alla mia responsabilità

senza tatuaggi o segni non del sangue

o come i mancorrenti sulle scale curve

che ha il tempo dai banchi dei ginnasi

fino ai sogni, al futuro che si fa e disfa.

 

È l’unico gioiello che però può l’uomo

così – certo per il vezzo di far pendant

alla cintura, alla tomaia o alla cartella –

lo indosso, lo scuoto, poi esco e voto.

 

(pensando a quel che so e che vedo)