Venerdì mattina, Città, Primavera – Estate

Ai ferri cortissimi un taglio di capelli bellissimi e tantissimi cazzi da sistemare prima dell’ennesimo fine settimana al mare dove non ho altro da fare se non riposare tutto quel che sono riuscito a rubare. Alla piastra l’uovo e il bacon e le due salsicce d’agnello per una colazione giornalistica in uno studio pastello mentre ascolto il menestrello del governo praticare la politica con un puntello che non è certo lo scalpello di uno scultore ma più che altro la falce d’un agricoltore. In padella il motore della BMW rubata che dovrei utilizzare prima che la missione sia finita. Doccia con rubinetto hansgröe, dove sia il Dove dell’ultima donna passata di qua è impossibile ricordarlo schiaccio il tarlo e mi convinco di non usarlo, sostituirlo con un anonimo neutro ACME e lo uso anche per i capelli ai quali concedo del balsamo kérastase per recuperare la fase di cura di me mentre bolle l’acqua per il tea. Carta da zucchero Zegna e cravatta sorella twin, tutta la biancheria Fila e scarpe fatte a mano, da buon villano imbocco l’ascensore contromano e al settimo piano colgo l’occasione di salutare l’assistente del mio alano saluto i passeri dalla terrazza e valutando con attenzione la stazza di Claudia che è giù che mi aspetta scordo in fretta quanti anni siano che la conosco e non riesco a toglierle il vizio dei suoi colori di sottobosco. Per quanto il volere sia tanto e l’attenzione viene mantenuta a stento mi sento contento uscendo dal tabaccaio senza aver parlato con nessuno ed anzi sorridendo lei ha salutato qualcuno, ci baciamo, ce ne andiamo e realizziamo strada facendo che come al solito si rischia la vita attraversando la strada con le sue scarpe Prada. Adalberto telefona armandomi di sconcerto per Adalgisa che pare sia andata in pensione senza riconsegnare la divisa, condivisa la diramazione da prendere comincio a pretendere che Claudia sia utile e dopo un bacio futile la lascio scendere per prendere una lettera, la tornerò a riprendere senza che faccia quella faccia, quasi nessuno la volesse offendere, la vedo scendere con una mitragliatrice tra le braccia. Me ne devo andare, riprendere a camminare. Telefono a Teresa che sta facendo la spesa a Costanza che controlla dalla sua stanza tutta una serie di informazioni che mi sembrano abbastanza, compro sigarette e vedo biciclette inorridirsi davanti alle mie unghie perfette, due asciugamani di Frette e sono già passate le sette in quest’alba di settembre che sembra riportare il mio alito a dicembre quando alla liquirizia mischio il tabacco turco che mi sfizia. Tempo di un caffè tea me con la cassiera che sostiene ci sia qualche cosa che non torna indicando il mio orologio con un adagio che sa di consuetudine pur nella moltitudine dei cornetto&cappuccino che batte con due dita per tutta la vita. Ha ragione e mi gratto nella confusione d’aver lasciato sfuggire la mia occhiata alla televisione. A casa prendo il lavoro mi cambio esco. Traffico città di merda cittadini di merda passanti di merda tassinari di merda traffico, autobus di merda, Palazzo Madama. Il nuovo ufficio dello stesso capo del vecchio impiego del secolare abuso del millenario permanere della necessità. Lavoro lavoro lavoro, esco, caffè caramelle passanti molto belle due o tre stelle sulla spalla del carabiniere che mi guarda come se le mie sere fossero veramente solitarie e nere. Me ne devo andare, a cagare al volo l’autobus dal quale esala l’odore di pus e Clear di chi non è pulito e di chi lo è troppo per un mezzo di locomozione poco adatta al mio io zoppo dell’intraprendente indipendenza che la scienza chiama taxi, ho troppa fretta per aspettare qui. A casa preparo il party di domani con le mie mani anche se non ho ancora capito esattamente se dovrò ripartire anch’io o se è un vero e proprio saluto d’addio. Preparo un analcolico biondo facendo impazzire il mondo tralasciando lo sfondo superalcolico da fine pasto, accantonando il gin per una crème de cassis alla quale non resisto addizionandola di Müller Thurgau e, sgusciando una baguette ne ricavo delle barchette per i gamberetti normanni in agrodolce e i funghi trifolati con senape di Digione. Cucino una terrina di pasta fredda con gazpacho al tonno e julienne di verdure in salsa d’olive che servirò con il Frascati campo vecchio che ho tramandato al mio vecchio vicino di casa che è diventato padrone dell’azienda che è diventata una meta per la metà dei bevitori di vino di Città e provincia. Un bicchiere di Kirsh, due. Decoro il polpo cotto, alla cretese, cucinato senza troppe pretese e servito sul piatto maltese, con dadolata di verdura e crostini all’aglio e olio delle puglie manufatto d’un contadino astratto da un viaggio a contratto che distrattamente mi fece venire in mente di sostituire al burro l’olio anche nei momenti più profondi dell’io. Servo il tutto in un assaggio per me e nel retaggio della buona borghesia preparo casa mia ad un pic nic coperto sotto il cielo esperto del mio terrazzo aperto all’esperienza di un plaid di cachemire, ricco di scienza e della prepotenza del vassoio da portata in argento e del servizio di posate paravento, mi ricorderò a stento di ricordare di lavare il pavimento e di portare il ghiaccio per gelare il canovaccio che avvolge il braccio della salsiera che tiene la salsa per il dolce per il tea della sera. Prima di svuotare la pattumiera sforno il chocolate chip plum cake che servirò con occhio gelato innaffiato della salsa all’arancia bionda e caramello sostituendo eventualmente il tea con me qualora si dimostrasse che tra me e la collega che aspetto qualche cosa c’è. Si è fatta l’ora, me ne devo andare, ricordo benissimo d’aver molte cose da fare, per ora inizio a lavorare.

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Mercoledì mattina, Paese, Moda mare

Mi sveglio metto a posto rassetto disinfetto, rifletto e mi convinco: credo che ci vorrà del tempo prima che riesca a trovare di nuovo il modo di potermene andare e tornare dove non ho altro da fare se non rimanere ad aspettare di ripartire. Credo di vedere insetti sul terrazzo e mi incazzo, sprizzo e spruzzo DDT e a sprazzi penso ai lavoratori amazzonici del PT, uccido senza pietà fino ad avere un deserto morente di formiche e cicale e api e vespe e calabroni grossi come scooteroni che popola il terreno e non l’orizzonte di un patio bifronte racchiuso nelle tende da sole. Salto il corridoio corro i gradini nemmeno vedo la porta sulla quale mi si impiglia la maglia Missoni che si smaglia e mi costringe a riporla nella valigia. Rimango in pantaloni hotbuttered t-shirt blu hawaiian e sandali N.O.D., rimango a bestemmiare dio come se nessuno mi sentisse. Caffè marlboro morbide caramelle e crema solare sulla pelle, acqua minerale orologio blocco note penna matita e temperino, sembro un cretino lasciando la Mini incustodita e scendendo sulla spiaggia ad aspettare che la prima pioggia inizi a cadere. Bevo un negroni alle Dune e avvolgo tra le mani una fune passeggiando, comprendendo smarcando turisti e paparazzi vedo dei razzi partire da lontano e diventare due cani non sazi, un lupo pazzo, un boxer da paparazzo, sfuggiti ai loro padroni del cazzo, si dirigono verso di me. Inseguono uno spacciatore abituale che si è messo a riposo al mare. Cerca di scappare ma c’è la Forestale con la Jeep che lo blocca ed i carabinieri che lo costringeranno a parlare con un cazzotto in bocca. Mi congratulo con me stesso per la parte dove ho scelto di stare e quasi non me ne vorrei più andare. Tutto è già successo: l’omicidio d’un bel moro che non doveva parlare, tantomeno dopo un cazzotto, marlboro, bacardi caramelle al propoli rischio di cadere di sotto in un fosso, sulla provinciale pontina, anfetamina e stricnina, prima, cocaina e una bambina, poi. Genny, io e noi stanca, vorrà continuare a dormire mentre il primo fine settimana di vero sole vero riposo vero amore mi sfugge mentre tutti lavorano intorno, a cominciare da questo sfigato alla cassa del supermercato che crede d’aver capito e m’indica a dito al collega ricoglionito che con un grugnito scanso con evidente tatto, fintamente distratto da pensiero astratto, naso contratto. Sogno un prepensionamento dell’olfatto. Me ne vorrei andare, eventualmente in pensione con lo scivolo al mare ma tre generazioni d’operai sostengono essere il rivolo di denaro la cosa più brutta da accettare. I due mi guardano con i loro merdosissimi giubbetti basso profilo senza rendersi conto che basso ce lo avrebbero comunque. Vago invano, squallore disumano e brunch umano al volo bistrot veni vidi mangiai occhio di bue toast toasted on both sides. Utopica colazione a base di Bacon, Inghilterra in questa terra redenta in cui il sole addenta quello che non cresce in serra. Genny dice che sarebbe ora di finirla, con questo amore che sento, con la vita di merda, penso che sopravvive a stento agitando il busto e che vorrebbe un altro bellimbusto da portarsi a spasso nei suoi pensieri che di notte sembrano tanto veri. Me ne dovrei andare per continuare a pensare a lei come ad una statua di sale. La lascerò sotto ad una palma ad aspettare. Me ne devo andare.

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Martedì all'alba, Paese, Primo Maggio

Lavoro lavoro lavoro, lavoro con lena e mi fa male la schiena di primo mattino primo Maggio il camino è ancora acceso per far la brace per cucinare la carne per preparare il pranzo, ci ripenso e lascio che muoia mentre assaggio olive di Gaeta e alici di Napoli e capperi di Pantelleria e pachino di Pachino e ricotta e pinoli e la ricotta è salata e i pinoli non ce li metto e le melanzane le griglio prima che muoia la brace per preparare una pasta della Norma anormale come a me piace per festeggiare lo squillo dell’arrivo della persona che mi terrà vivo. Una quadratura astrale mi ricorda di decifrare la Repubblica e non mi passa nemmeno per la testa di risollevarmi sul divano ergonomico Ikea con Milan Kundera al quale non passa nemmeno per la testa di smettere di scrivere per costruirmi un divano più comodo o un mondo più leggero che non finisca per forza in un incidente stradale dove nessuno della stradale saprebbe esattamente con chi ha a che fare, mi metto a pensare ai nuovi documenti ed ai soldi da intascare. Mi alzo dal divano in un gesto che sembra vano cazzo se barcollo e cazzo quanto è vicino il collo della bottiglia di vino che ho bevuto piano piano per tornare a sentirmi sano. Apro la porta. Me ne devo andare. Salto il corridoio corro i gradini nemmeno vedo l’altra porta, prendo la Mini, in trentacinque secondi -cinque massimo sei di ritardo ai procedurali sei minuti dopo la mezza se sei solo trentasei nel caso fossi in compagnia, lei è già girata, se ne sta andando via in direzione di un bar verso il mare, ad aspettare di un uomo da amare per quel che non sa fare e perché sa aspettare una donna da informare, arrivo alla rotonda, cazzo la vedo la seguo seguendola ignoro ogni protocollo ogni educazione prendendo per il collo e sbattendo risalendo turisti tedeschi e canottieri finlandesi che rimarranno per dei mesi. Uomini invisibili appesi a fili sensibili che li legano alla terra e al cielo sulla linea normale della loro spina dorsale. Quale aperitivo deciderà di scegliere Genny dopo il mio contatto anormale forse proprio per questo non notato dagli scagnozzi delLa Multinazionale? Buono l’aperitivo: devo stare buono, buono per un poco di buono, buono, troppo buono, per una intera stagione bonifici ricevuti e trasferiti su conti correnti di certo funzionali ai culi coperti per le carte di credito scoperte e nuove di zecca, nuovi di zecca la documentazione sull’identità nel nuovo portafoglio del Ponte dove sfoglio, controllo per vedere se riesco ad offrire da bere all’angelo sorbente martini, assorbente sguardi sulla mancanza d’oliva. L’angelo non si accorge di come un interprete dell’Impresa cerca di nasconderla con il fumo delle sue Camel giapponesi made in EU con il suo cocktail Aperol e cedrata con il suo meschino vestito Meschino ed il profumo di gelsomino J’adore due more al bancone subito dietro. Comunque il martini lo lasceremo al sole ad aspettare, testimonianza della necessità di rinfrescare quel che può sembrare un rimorchio normale. Il pranzo aspetterà la passeggiata che Genny farà con i piedi secchi di sale fino al più vicino edificio normale, fino all’ufficio postale. Razionalismo ed atmosfera cupa d’un sole artificiale, architettura funzionale tesa alla magnificenza materiale. Fila lunga ai conti correnti fila breve alle spedizioni non è giorno di pensioni e sopravvivono alla ressa anche i fisici ormai pieni di flessioni come il mio che inizia a non farmi trattenere segrete pulsioni per la filatelia, l’artiglieria e la geometria. Geometrica potenza da studiare in questo soggiorno al mare. Al lavoro non sanno aspettare, geometriche ombre tra geometrici raggi di sole trasversali ai visi digitali, alle donne casalinghe reali. Ricordo cazzo, devo ricordare cazzo, in che cazzo di posto mandare notizie imbustate in notizie impacchettate in libri di case editrici inusitate che partecipano ai mercati librari, mercatini lupanari dello spionaggio della vecchie casate. Genny ha il suo diploma, è un fallimento ma ha una laurea per reagire, ricordo che Giovanna a proposito avrebbe saputo mentire lasciando come al solito poco o niente da capire e Genny sembra non volerne sentire. Dice che alla fine lo studio era roba da matti. Che odia noi matti. Odia i gatti odia i pipistrelli che in questa primizia d’estate popolano, menestrelli dei cortili, l’aria dei vivi che odia in assenza di luce in assenza di vita in assenza d’arredo urbano conseguente ad una pulsiva urbanizzazione conseguente all’industrializzazione fallita conseguentemente la competizione sociale che odia. Genny è pazza e per quanto sia matto me ne dovrei andare, se non fosse che, c’è il pranzo ad aspettare e tutto d’un tratto, forse chissà, un po’ d’amore da succhiare con questa inglese che si vede le piace giocare a guardie e ladri pensando d’essere dalla parte del giusto singolare ed indossare DKNY e Missoni e Dr. Martens e calze fatte a mano con le mani calde di camino in una serata svedese con dolci al papavero e cumino. Papaveri rossi nei prati, essenza: incoscienza di papaveri nella borsa vernice rosso resistente e pelle nera nella parte saliente, Genny cazzo è una ragazza tagliente non vedo l’ora di riuscire a scoprire la parte saliente. Pranziamo mangiamo ci amiamo e restiamo a pensare a come sarebbe bello potersene andare e sembra che il mio scappare mi abbia avvicinato al tornare, tanto non si può far a meno di lavorare. Veramente, dice lei, me ne dovrei andare nel caso decidessi finalmente di procreare. Bacardi liscio caffè Illy decaffeinato nella macchina Krups, tazza piena per me mezza tazza per Genny incazzata nei miei boxer Fila nei miei calzettoni Adidas nella mia vecchia t-shirt Rietveld. Delicatamente comodamente perdutamente pienamente piena di fascino seduta sul divano incazzata d’un amore vano. Mente sulla quantità d’oppio che sta mettendo nella pipa di Erica che trabocca ancora cenere dall’aperitivo, digestivo dell’ultimo momento che ho fatto un tiro e dal campo visivo è uscito l’orizzonte che di solito ammiro. Me ne sarei dovuto andare prima di fumare ed invece inizio a cantare a scopare, finisco per dormire con milioni di cose ancora da dire.

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Lunedì, che ore sono?, Città – Paese, Autunno casual

Me ne devo andare senza quasi nemmeno essermi riuscito a svegliare. S. Maria si perde in Trastevere ci si perde nei vicoli e poi il cinema e poi il nasone il fontanone dall’alto riflette la luna la luna illumina un moro nel Vicolo omonimo, rifletto sui miei passi e scanso, un cinese due giapponesi tre zoccolette quattro ubriachi vicolo del cinque, tornando indietro, le guardie e gli americani nullafacenti delLa Multinazionale che nei quartieri torbidi tutto quel che sanno fare e star seduti ad aspettare un’altra Roma dove andare. Respiro. Una marlboro una mentos una Saila -liquirizia purissima- penso di comprare un machete di fronte alla pizzeria al taglio in Via della Scala ma il simpatico guatemalteco sembra che non lo cederà perché dovrà usarlo su un quaqquaraqquà messicano in P.zza Trilussa o in P.zza Sonnino, tanto noi romani capiamo che sono vicino, capisco il ponte giusto e mi vado a mettere a posto. Ponte Garibaldi aspetterà. Prima di andare un gin fizz alla Scala, un gelato alla crema? Verso Roma Libera prima, verso il mio ospedale di fronte all’ospedale dal quale non essendo cinese me ne dovrei andare. Due cinesi sul portone ad aspettare di sentire se sono in grado di capire, che decida di restare, tante voci da ascoltare, il nuovo rifugio da far rispettare. Entro al Tulipano Nero dove l’Impresa nazionale ha messo a lavorare in nero il nero immigrato clandestino figlio di puttana e nipote del benessere che benemerito distribuisce pasti caldi a poco prezzo parlando fluentemente tre lingue e risparmiando ogni giorno di giorno in giorno quello che l’Impresa spende ogni giorno di giorno in giorno per il servizio. Mancano i benefits e mi adatto a ridere sul riso agli asparagi riso alle fragole riso alle noci salsa di noci in vinaigrette di senape e miele sul formaggio di marzo che è da poco stagionato in un cesto segreto di aromi. Mangio in cucina bevo dalla cucina il vino bianco da cucina o "della casa" di chi cucina, bevo mezza bottiglia di Frascati superiore mezza bottiglia di Egeria naturalmente minerale frizzante, mineraria l’atmosfera frizzante il palato verso la fine del formaggio all’entrata d’una folata, folata di Maggio accompagnata da un saggio delLa Multinazionale in cerca di informazioni ed evidentemente con una guida ben dettagliata nella tasca della giacca in Gore-Tex pronta ad affrontare le burrasche estive di una secchiata d’acqua che uscita dalla cucina precede la mia dipartita, la mia entrata nel portone accanto, la mia distesa sul letto. Stanco. Me ne devo andare. Inizio a pensare come fare. Un Optalidon due Aulin tre blister di ginseng, lievito di birra, crema per le mani per il viso per i capelli, crema da barba, shampoo. Sapone liquido. Cazzo, cazzo cazzo cazzo se è scomoda la vasca da bagno quando si ha fretta e c’è il lavoro che aspetta. Lavato spruzzato Angel uomo dolcissimo profumo di un non tempo della fuga libera sulla via, via Roma Libera è libera mentre passo contromano davanti ai Carabinieri che segnano a dito e a penna la targa in cartoncino della Vespa riciclata d’una morta strangolata, segnano la partenza che tra due ore segnerà il tempo di finire l’inizio della fine di un pentito, un lavoretto non retribuito, e trovare una strada alternativa per andarmene. Me ne devo andare. Inizio a pensare che costruendo una propria fantasmagoria si può diventare stelle e filanti finire in un buco nero e per un buco nero marcire, che l’universo è l’origine del mondo di traverso. Inizio a pensare che l’origine del mondo è a buon mercato quando si tratta di dire fare mangiare cagare lettera e testamento quando si tratta di morire che è più che finire, o finire per dormire in un’altra casa in un altro letto durante un altro lavoro. Porta portese Piramide Ostiense Acea Marco Polo Cristoforo Colombo traffico curva salita di foglie a destra la Ninfa Egeria in fondo P.zza Galeria e il piazzale tondo. Nel bar non c’è nessuno se non una pubblicità bisex per detersivi e la bionda che prende l’ordinazione. Consegna negroni a destinazione e una nuova destinazione, si ritira dall’azione nei pantaloni D&G e la maglia Versus verso il cesso, scansa con un ruggito cinesi e siriano appena entrati dalla porta, cercano di attaccare bottone, un coglione super nero super economico nel flacone Mastrolindo 3l, il barista svita il tappo e lo mette sotto. Me ne devo andare. A casa lascio la Vespa prendo un biglietto e lascio detto, a Chiara di curare le piante grasse oggi stesso, ad Alessio di smettere di sporcare la tavoletta del cesso a tutti e due di controllare l’asse del letto SimVibromatic posizionandolo su automatic. Bevo un Laproaigh 10 anni due Absolut blu e tre succhi di frutta all’albicocca mangio fegato su pane raffermo crostato con il pecorino a formare un cestino, fave a riempire, rosmarino per insaporire. In guerra con il mondo meccanico, madre terra in guerra con la terra, non è sporca ma fa i fanghi la mini di Alessio sporca di terra che mi porterà fuori da questa sporca storia, serenamente notevole in un traffico occasionale che ci accompagna sull’Appia. Itinerario uno, 7 bis, tris: tre volte sulla SS sette quater, i Gang e Marlon Brando lascio la Mini per una corriera piena di desiderio e gang di provincia. Come cazzo mi sono ridotto a viaggiare. Paese ad aspettare: il lago di Paola per remare il mare per interpretare una cucina da sviluppare: totani al profumo di mare, profumo di mare in una casa dove amare ricordare di poter tornare. Appena arrivato cucino un chilo di totani una cipolla una carota un sedano due pomodori capperi acqua e vino odori peperoncino olio extra vergine. Porcellana extra vergine la pirofila regalo di Giovanna regalo di passaggio, da un avvocato a un manager. Manager io maneggio i totani quasi fossero vite umane e aggiungo il riso e preparo una relazione meravigliosa tra pesce e salsa da digerire prima dell’aperitivo, due negroni nessuna nocciolina tantomeno trielina o caffeina prima di andare a dormire sicuri per una volta che ci si risveglierà.

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Domenica mattina, Città, Inverno vintage

Genus erat hoc pugnae. Entro giovedì scomparire. Autonomia finanziaria di una settimana. Me ne devo andare a comprare da mangiare a comprare da pensare cosa ho fatto per diventare il protagonista del nuovo libro dei codici senza aver mai conosciuto Taibo I, figuriamoci il II, sopravvivere alla sospensione dei bonifici, della mnemonica Alice e dei bar. La chiamo sospensione per evidenti squilibri dell’umore, la Segreteria di Direzione la chiama vacanza, illusione, indebito set d’un’avventura: "le stiamo addosso Travet, sarà per lei una sventura". Un numero a caso nell’elenco già segnato dall’uso, anni di telefonate e penso che ho trovato un percorso alternativo tra le fate e del S.uper P.uzzone (Q.ualità R.omana) per avere il rimorso di andare e diminuire il futuro rimorso del tornare. Adele è gentile è carina è rumorosa è geniale è torbida, è verde verdissima l’erba svizzera che cade permisssionediddio all’incrocio tra Lungotevere e Via Arenula dalle macchine che proseguono direzione oltretevere, noi in direzione della sua cucina super ammobiliata, dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi inciampo sul mio giaccone Fay e sulla sua gonna Replay crema e guardo l’entusiasmante crema sul comodino penso alla sveglia di stamattina e guardo la sveglia che mi dice: trentasei ore già passate da quando due citofonate in via Roma Libera hanno aperto il portone e tre anziani fingevano che sanno che entro per lavoro che entro con mestiere, che uscirò con talento e senza farmi tagliare sotto il mento. Decido per un servizio alla russa per questo pasto incastonato in un bordello d’accessori da cucina tutti usati tutti ben riposti in un disordinato funzionale arredamento Nescafé Red Cup, due tazze prima di mangiare. Mangiamo senza più sapere che ore siano senza poter immaginare quel che succede fuori di questa disordinata cassaforte di trastevere dalla quale uscirò rinato dando in culo a Lucia al lavoro al mare al cielo limpido di Città N. dove Jezebele psichedelica dicono abbia problemi con la MG dicono abbia problemi con il piede con il quale l’ha presa a calci. Mangiamo carbonnade à la flamande ma lei lo chiama spezzatino e lo accompagna, contessina, con patate duchessa al profumo di forno al profumo di prugne al profumo di porto un bicchierino di gin una spruzzata di lime e acqua ghiacciata, mescolando scolando ci scoliamo e mescoliamo ah, il cibo. Chiedo esplicitamente Special K e siero della verità per non sembrare un burattino a restar qua come se ci fossero pure quo e qui davanti alla televisione che mi manda in prima visione sul circuito chiuso del mio angelo ottuso. Un merdosissimo negroni premescolato con pochi neuroni preimbottigliato in una merdosissima bottiglia tappoascatto Fassi nata per preparare tropical per San Callisto in carne e sangue in mezzo a santoni chic che devono birra Uma in lattina come fosse una botta di vita botta di culo trovare posto tra tavolini strapieni di un ambiente che non uso di frequente. Me ne devo andare, appena bevuto, a conoscere il quartiere che inevitabilmente indebitamente inconsciamente nel sole d’inverno non mi conosce e non m’apre prospettive di fuga se non nell’imbuto dell’aver taciuto su un vecchio amore che devo rendere muto. Adele mi fa sapere che non dovrei dormire, per esser sicuro di capire che non c’è niente da temere nel non saper più trattenere la paura della natura poco pia in una vita da spia. Digerisco, lievito di birra, acidi grassi poliinsaturi, malox novalgina e tre bustine di nimesulide sottomarca da ministero della sanità nella società progressista, non perdo di vista nulla nella folla di ombre da progettista che addormentandomi mi lascia la giustificazione di una svista: ci ripenserò se mi sveglio. Mi sveglio. Me ne vado pensando che domani dovrò lavorare a mascherare dove ho intenzione di andare prima di indirizzare il mio fare ad un rapporto al mare. Random inizio a pensare a dove dover cercare, autonomamente mi metto a sognare. Do re mi fa sol e sole o non sole sembrano essere veramente sole le donne che lavorano per l’Impresa e intraprendono atteggiamenti pericolosi con tutto il mondo tranne con gli animali e soprattutto le piante. Pantera rosa io pantera rosa lei al nostro passaggio vacanziero si smontano le vetrine degli arabi e dei cinesi che controllano i marciapiedi e nulla possono nei palazzi dei pazzi, tantomeno in fondo alle scale dove la strada è il corridoio. Con un rumore tondo esce il nodo scorsoio da una fune improvvisata. Mi diverto a bruciare qualche documento prima di rendermi conto che me ne dovrei andare per imparare a rispettare le donne delLa Multinazionale che mi dovrò prima o poi relazionare con un reattore nucleare se vorrò restare in un rifugio dove non si dovrebbe entrare se non per tentare di evitare una tragedia mondiale. Ho tramutato l’oro in piombo e l’ho impiccato con un nodo tondo rimanendo a guardare dalle scale, fino in fondo. Me ne devo andare, evidentemente ad aspettare la sicurezza di poter andare a cagare ad ammazzare a farla finita d’andare dove qualch’uno lo deve pur fare. L’una, due canne, tre bicchieri d’acqua in sede, quattro chiacchiere fuori sede. Me ne vado, buonanotte, me ne sono andato.

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Mojito

Ingredienti:
5cl di rhum chiaro
Una limetta
2 germogli di mentuccia
Zucchero di canna
Ghiaccio spezzato
Soda

Preparazione:
Si mescolano nel grande bicchiere tumbler lo zucchero, le foglie di uno dei due germogli di mentuccia e la limetta bel lavata, leggermente spremuta e tagliata in piccole parti. Si aggiunge il ghiaccio spezzato, il rhum e quindi si finisce con la soda. L’altro germoglio intero, per decorare, viene poi usato per rimestare il cocktail.
Alla Bodeguita del Medio, l’Avana, fu il preferito di Ernest Emingway.
Si può vivere senza leggerlo ma la sua opinione in fatto di bevute è da tenere in considerazione.

Risposta

Avevo il presagio
di un giusto bacio quando
(per Dio in quellattimo, esatto)
per la prima volta sentii la morte vicina
ma mai avrei pensato fosse questo immenso dolore.
Se quella mia, tragica, fosse stata meno dolorosa
non avrei mai pensato alla vita
del mondo come romanzo
d’appendice
né alla mia come
poesia: scritta di fretta su commissione
di una nuova coscienza, né di classe né sporca.