Sabato mattina, Roma, Haute couture

Genus erat hoc pugnae. Il segnale. Riunione confermata per il solito Giovedì. Alle otto suonano le campane a festa, richiamo a messa, poi dodici ore. Mi rado completamente liscio indosso e spruzzo Voyager di Patou dopo balsamo Lush regalo di Giovanna regalo di passaggio: da un commercialista ad un avvocato. Indosso Zegna da futuro incontro con il Presidente e cravatta portafortuna: Marinella, che sia il Tevere il fiume che mi porterà sopra una stella? Due dei cinque vicedirettori sono stati sostituiti. Il mio capo è saldo e l’unico problema è il saldo del mio conto corrente. Pare che la Commissione di Controllo abbia iniziato a infastidirsi del costo di stampa degli atti Parlamentari. Dicono che addirittura ci siano articoli su internet che ci prendono in giro per le disattenzioni da Pantera Rosa. Giovedì dovrò portare la mia faccia da culo profumo di viaggio a giustificare un sacco di soldi girati tre anni fa sul mio conto. E Arianna dovrei proprio evitare di coinvolgerla considerando che al momento l’Impresa pare investa più nella Nestlè che sulla Fattoria ScaldaSole: mi riprometto di evitare il cappuccino in ogni dove. Lavoro falsifico smisto, lavoro il Sabato mattina del cazzo, il Presidente se soddisfatto lo sapremo: conto corrente artefatto astratto pensiero contratto a salvarmi il contatto con Arianna, con tatto. Sono matto! Lavoro e penso alle dimissioni, lavoro e smisto l’archivio, svuoto i cassetti virtuali mischio nei reali e brucio: Marlboro morbide sulla sigla ND. Rido al pensiero dell’Università di Teheran che ricostruì i documenti sminuzzati delLA Multinazionale Americana. Presenterò le dimissioni. Ci ripenso, e decido per un sano affrontare la realtà: l’ultimo lavoro per andarmene, sereno: l’ultimo. Andarmene e basta. Metto a posto il nodo della Marinella. Me ne vado. Traffico poco traffico niente traffico a P.zza Venezia, Via del Plebiscito. L.go Argentina semaforo C.so Vittorio semaforo P.zza della Chiesa Nuova Via del Corallo, contromano sul sampietrino bagnato da pioggia di fine estate, la nuova Mini non si scuote. La mia donna è qui e andiamo avanti così: colpiti da un come và di una fatina al tavolo di fronte che mangia fagiolini e asparagi e centrifugato di carota al Fico. Due negroni noccioline patatine. Arriva il tempo di pranzo e dell’oggetto dei miei desideri. Telefono a casa prima d’essere sentito, prima che il ticchettio allegro di Valentina sia a portata di bacio. Alice mnemonica mi ricorda che Jezebele psichedelica è di ritorno dalle Isole Azzorre, Uma rimarrà a Città N.E., Giorgio a Gerusalemme dove non riuscirà a espugnare Betlemme, Arianna nel Maine a riflettere sulla scultura di Camillo Maine e allevare Maine coon. Valentina è bellissima. Bellissima altissima sui suoi tacchi, nel beige DKNY sotto lo scialle rosso Valentino, dietro gli occhiali di Battiato: CK. Vedete non c’è niente da fare: siamo nati per aspettare. Per aspettare nei bar, aspettare che qualche cosa si muova e ci venga a cercare. Magari un’altra guerra mondiale. Valentina fragole e limone dovrà aspettare la fine di questo lavoro. Chissà che non stia lavorando anche lei per l’Impresa? Se lavorasse per LA Multinazionale Americana questa bellissima algerina? Morire per un fine settimana mi sembrerebbe di cattivo gusto. Certo adoro le fragole, il limone, i suoi capelli ricci, ma me ne devo andare. Senza pranzare, senza spiegare. La prima donna che non lavora per sopravvivere, almeno così sembra. Quando me ne andrò la porterò con me dove lei vorrà andare. Speriamo solo non scelga Cuba, speriamo non le debba mai spiegare il mio movimento dalla padella alla brace. Prima che i negroni mi portino a parlare dell’antrace trovo un saluto audace. Me ne vado. Risalgo i giapponesi su Via del Governo Vecchio e prima d’arrivare a lasciare disinformazioni da Pasquino ne lascio a iosa da Altroquando dove saluto e mi lascio convincere a prendere l’ultimo di Paco Ignazio Taibo II che prontamente cederò a Mariagrazia. Citofono in Vicolo della torretta che il sole del pomeriggio rende simpatici anche i Poliziotti, ma il sole calerà e questa rimarrà una città del cazzo, la più bella, di un mondo del cazzo. Scende: le metto il libro con la sua ultima destinazione nella borsa tutta pelle tutta storia delle PT. Ci dirigiamo cautamente verso il palazzo della Cattolica Assicurazioni dove un Carabiniere cerca di fermarci cerca d’insultarci cerca d’inseguirci. Chissà se è riuscito a segnalarci nel tempo dell’arrivo ad un negroni di Panella? per Mariagrazia un analcolico con grissino biologico con alici d’importazione, bulgara?. Due, tre etti di rustici "di Plinio" e una mancia proporzionata al conto per questo gentilissimo barista del cazzo che mi confessa cosa rende questo negroni così dolce e denso: Triple Sec, q.b.. Lascio la Mini ormai sputtanata nel garage del Teatro Brancaccio, Mariagrazia all’inizio di Via Merulana dove alla fine troverà il suo pasticciaccio, la sua ombra nell’ombra sarà all’indirizzo sulla seconda di copertina e poi anche lei se ne sarà andata, destinata: che lei sappia qualche altro posto del cazzo. Conoscendo la sua destinazione mi congratulo con me stesso per non aver studiato antropologia, per non essermi mai interessato delle tradizioni dei popoli primitivi. Mi congratulo con me stesso per essere biondo e con gli occhi azzurri. La mandano in Africa, chissà se la rivedrò. Di corsa tra i turisti a S.ta Maria Maggiore e a risalire di corsa al Viminale e cazzo di corsa su per il Quirinale e cazzo, cazzo cazzo cazzo giù giù per P.zza Barberini e su di nuovo, a metà di Via Veneto penso che muoio d’infarto, entro in un bar, mi siedo ad aspettare. Mancano le sigarette, manca la droga, mancano gli scagnozzi delLA Multinazionale Americana e delle Imprese Nazionali, mancano i colleghi le colleghe e il fiato, mancano i lavori leggeri e i condannati ai lavori forzati. Mi manca un amore ed un’amante. Un cappuccino un ventaglio un bicchiere d’acqua minerale addizionata d’anidride carbonica. Non pago. Corro fino a Villa Borghese e poi giù, giù fino a P.le Flaminio dove – alle 17 puntualissimo, calmo calmissimo senza fiato – entro mal guardato in questa cazzo di MG triplice copia solo per lei. Jezebele dice che tutto è a posto. Io me ne vorrei andare, lei dice che dovrei restare. La invito a pensare. Ha troppo da fare. La invito per cena, immaginate la scena, lei accetta d’offrire: sottolinea che mi farà soffrire, dato che andarsene è morire, che mi farà del male – una penetrazione anale? Mezzanotte, mi lascia sul Grande Raccordo Anulare sul quale non capisco dove cazzo cominciare ad andare. Cazzo, cazzo e cazzo, chissà che fine prima o poi mi farà fare, chissà se finirò sul telegiornale o almeno sulla cronaca nazionale, o al BlaBla serenamente ad aspettare un posto dove andare.

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I muri


Senza riguardo senza pietà senza pudore
mi drizzarono contro grossi muri.

Adesso sono qua che mi dispero.
Non penso ad altro: una sorte tormentosa;

con tante cose da sbrigare fuori!
Mi alzavano muri, e non vi feci caso.

Mai un rumore una voce, però, di muratori.
Murato fuori dal mondo e non vi feci caso.

Terrina alle noci profumata alla chartreuse

Ingredienti:
750g di carne finemente macinata, metà di maiale, metà di vitello.
250g di gherigli di noci
3 cucchiai d’olio di noci
2 tuorli
2 cucchiai di erba cipollina
125 di uva passa
5cl di chartreuse gialla
sale e pepe, q.b.

Preparazione:
Mettete a bagno l’uvetta per alcune ore e meglio la notte intera, strizzandola prima dell’utilizzazione.
Mescolate tutti gli ingredienti ad eccezione dell’olio in una ciotola.
Ungete un contenitore per terrine con l’olio di noci quindi mettete il composto nel contenitore e, coperto, fate cuocere a bagnomaria nel forno a 180° per un’ora e mezza.
Ricetta della Franca Contea. Alla chartreuse e all’olio di noci possono essere sostituiti, in caso di necessità, burro leggermente salato o olio e liquore alle noci o cognac.
La terrina si può servire calda o fredda. La consiglio fredda, come primo piatto, accompagnata con cipolline agrodolci, insalata verde profumata al basilico e crostini di pane bianco.

Sogliola gratinata

Ingredienti:
400g di filetti di sogliola
30g di burro
Farina
50g di funghi champignon
10g di olio
40g di passata di pomodoro
25cl di vino bianco
1 cucchiaio di pane grattugiato
1 cucchiaio di prezzemolo tritato
1/2 limone
Sale e pepe q.b.

Preparazione:
Accendete il forno al massimo della temperatura.
Infarinate delicatamente i filetti di sogliola e riponeteli in una pirofila da forno unta con parte del burro, salateli e pepateli.
Pulite e tritate i funghi quindi rosolateli in una padella a fuoco vivace con l’olio, aggiungete la passata di pomodoro e il vino bianco. Salate, pepate e fate restringere leggermente, togliete dal fuoco e distribuite la salsa sui filetti di sogliola.
Spolverate il tutto con il pangrattato e infornate, fate cuocere per 10 minuti. Ritirate dal forno, distribuite il prezzemolo, il succo di 1/2 limone e servite.

Venerdì all'alba, Città N. – Città N.O., Inverno prêt à porter

È la terza mattina che il portiere bastardo schiavo delLA Multinazionale Americana ci sveglia ripetendo di essersi sbagliato con la stanza 19 o con la 15, cazzo sono la 17! Mi riprometto di farlo saltare per aria: terrò del plastico da quello che devo recapitare. Con il plastico far saltare il Canal House e il suo portiere della mattina che deciderò di far licenziare comunque. Telefono a Arianna, cazzo. Mi lavo mentre Alicja inizia a fare le fusa, poi mangeremo. Io due madeleine un caffè con tanto zucchero un digestive biologico due canne di Barbarian Nepal Skunk un malox e trenta gocce di concentrato di ginseng. Lei pane&burro con e senza marmellata di albicocche e fragole, salumi&formaggi e acqua minerale, altro pane bruscato, succo di frutta, una mela, una arancia, niente caffè senza zucchero. Mangia me che mi sento già un babà strafatto con il Saint James della Martinica a portata di mano sul comodino. Non rispondo più al telefono: mi vesto grigio Armani, cravatta Missoni su camicia e cappotto Valentino azzurro occhi, azzurro Savoia, azzurro cielo di Città N. gelida riflessa sul Keisers Gracht. Due tre quattro gocce, CK Obsession. Due passi e sono da Greenpeace a scambiare informazioni, a scambiare adesivi con questa deliziosa polacca che mi consiglia sulla mia giornata come se nessuno ci sentisse e sorride, sorride e cerca di modificare il nodo alla cravatta appena fatto. Quasi le stacco una mano con il tagliacarte-coccodrillo manufatto dagli aborigeni dell’ambasciata Inglese per conto dei cugini tatuati dell’emisfero australe. Devo andare. Umanamente. Con Alicja cazzo, con lei di corsa sul Prinsen Gracht, la casa di Anna Frank e ancora un onda leggera fino al Cafè de Tap dove la lascio con tutti i suoi cazzi e senza droga ad aspettare la sua amica Agnieszka Comecazzosidice per pranzo. Corro corro corro, corro in direzione opposta, trasversale ai consigli di Alicja corro verso il parco, al volo prendo una bicicletta e pedalo, cazzo pedalo a Città N.: Leidsestraat di corsa diventa Heligeweg e schivando turisti è il Rokin. Nessuno mi vede gettare la bici ed entrare dalle beghine e arrivare allo Spui con un borsone di cuoio pieno: accessorio utile per il viaggio, è il mio lavoro. Sulla cazzo di Spuistraat non c’è nessuno, mi sento gelare: vorrei che questo lavoro fosse interinale. Dicono invece che è infernale: a tempo determinato biologicamente. Saluto piselli lessi patate arrosto coscia di pollo alla piastra e Heineken, insomma saluto la cara Heidi del De Keuken che all’inizio degli anni novanta mise buone parole per me con il Presidente che iniziava a mettere gli occhi su di me, su di lei li mise in altro modo. Che freddo del cazzo in questa città del cazzo. Città N. piena di fattoni transnazionali a zonzo per i canali nazionali pieni di topi nazionalisti che difendono ogni minimo centimetro al di sotto del metro d’altezza. Meno male che me ne vado. E con tre chili di erba di straforo nel borsone della ferraglia. Dicono siano questi gli errori più comuni e fatali. Evidentemente sono crimini già commessi. Me ne riuscirò ad andare? Devo andare. Inizio a camminare, veloce alla stazione. Tra i binari e gli schermi che indicano gli orari cerco di dimenticarmi le tre Heineken del pranzo e le tre canne digestive subito di fronte, cerco di dimenticare che anche quest’anno non ho ricevuto auguri per il compleanno che non ricordo quand’è. Non ricordo nemmeno se Alessio e Chiara stanno sfruttando i miei buoni per il salone di Lucia e mantenendo i rapporti con i vicini. Suzanne Vega mi canta la deliziosa vicina delle scuse per i rumori. Non ricordo nulla se non che questo è il mio treno: un TGV che mi porterà a Città N.O. partendo con la puntualità del cazzo degli olandesi e mettendoci il tempo del cazzo dell’Odissea come tutti i treni del cazzo di questo mondo. Tornerò a Città N., ma me ne vado. Due sedili più giù un gentile accompagnatore che sembra malato di AIDS chiaro, e tanto da attirare tutte le attenzioni delle guardie. Non disturberanno il mio sogno di prima classe di quando sarò in città con il mio lavoro del cazzo da fare e tre chili di erba in più. Passato il confine con la Francia me ne sono già andato. Arrivo alla Gare du Nord, tardo pomeriggio nella ville lumiére ancora spenta nella primavera in ritardo che in tutto il mondo coinvolge prima di tutto la metà omosessuale della città. I cartelloni pubblicitari invitano a evitare gin e pompelmo e ordinare un anice Ricard ovvero assenzio contemporaneo se mischiato, come faccio nel primo bar consenziente, con l’ultima punta d’acido conservato nella stilografica inchiostro verde, tanta acqua nulla zucchero poco ghiaccio. Tante Marlboro finalmente mou dopo la tragedia delle "dure" olandesi. Che meravigliosa città del cazzo, no, non come la mia Roma, ma affascinante cazzo, meravigliosa Città N.O. alle sette di sera. Arriva primavera nell’aria che trema al passare della prima parigina austera in grigio YSL o chi per lui, ballerine nere lucide calze velate capelli corti profumo di buono di Jean Patou. Un odore di segreto che si muove come nube dalle caviglie alle spalle. Si chiama Laura o Sara o Marta, forse non la ricordo ma la riconosco. Sorride e si presenta, rigorosa, in francese, poi guarda la mia cravatta, rimette a posto il nodo, cambia il mio portafoglio nel cappotto Valentino pieghe da viaggio e dice che se voglio posso chiamarla Sofie. Accetto sorridendo, sorridendo accetto tutto strada facendo per casa sua, a casa sua e poi di nuovo verso la destinazione della mia borsa. Talmente luminosa questa Città N.O. del cazzo che si vedono solo luci, ombra sulla senna, luci a risalire e poi a scendere su Avenue Paul Doumer. Dal Trocadero verso Passy dove comprerò uno zaino per l’erba al ritorno, dove comprerò un pensiero per Alessio e uno per Chiara che si amano a casa mia: due bottiglie di Taittinger e blinis per il Sevruga. Giorgio ha giurato ieri d’avermelo spedito dato che le cose giù da lui peggiorano e non torna. Chissà se torna? Se ne dovrebbe andare, dovrebbe scappare come tante volte io stesso ho pensato di fare, ma non ha mai avuto da fare e non sa come fare a dire me ne devo andare senza rischiare. Ho da fare io, ho fame e voglia di Sofie Comecazzosidice prima di andare a cagare, a lavarmi a riposarmi e riuscire comunque a prendere l’ultimo aereo per Casa dal Charles de Gaulle. La borsa rimane in Rue de Conseiller Collignon e l’erba nel mio zaino quando abbandoniamo il taxi in rue Massenet e saliamo nella spirale liberty delle scale fino al quarto piano. Il suo appartamento bellissimo: caldissimo profumato solo di donna e carbonnade à la flamande sulla cucina elettrica. Si cena a casa, credo che potrei innamorarmi. M’innamoro di una donna tanto intelligente da servire la carbonnade con la birra di cucina, mezza baguette intera per uno e un bacio sottile sul collo per buon appetito un bacio sulle labbra prima del caffè un bacio ancora e cazzo se è bella Sofie e cazzo se è tardi. Me la scopo chiedo se le è piaciuto cago e scappo: alla RER di Boulainvilliers, alla RER per Charles de Gaulle e, cazzo se è tardi corro al terminal D e cazzo cazzo cazzo al tubo Alitalia, corro al posto 2E, in business nessuno a fianco. Spumante sconosciuto negroni e noccioline, tettine della modella nella fila avanti, tanto sonno a prescindere dai soliti fastidiosi che si agitano. Paura che qualche aereo delLA Multinazionale Americana ci scambi per un aereo Libico quando saremo sul Tirreno. Il sonno m’aiuta ad andar via.

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(Propositi)


…Una volta decisa l’omissione dei principali doveri
(di poeta, di cittadino)
(benché io sappia bene che senza Dio la pratica è surrealistica)
Come dice Euripide: “La democrazia consiste
in queste semplici parole:
chi ha qualche utile consiglio da dare alla sua patria?”
Così, i miei consigli saranno di folle moderato.
Dopo la mia morte, perciò, non si sentirà la mia mancanza:
l’ambiguità importa fin che è vivo l’Ambiguo.

Mercoledì sera, Città – Città O. – Città, Primavera prêt à porter

La luce dell’ora solare sembra non volersene andare mischiandosi con tutte queste luci del cazzo lungo la consolare. Gialle le nuove, bianche e fioche le vecchie, spente ogni tanto spente sempre man mano ci si avvia in periferia. Luci del cazzo che accompagnano il mio tragitto del cazzo lungo il Tevere, direzione Villaggio Globale: il più frequentato centro sociale del cazzo tra gli innumerevoli che a pois rossi su fondo buio macchiano questa città del cazzo. Il Manifesto dice di un concerto strabiliante, in Direzione girano l’appuntamento e organizzano, io mi organizzo per conto mio che tanto di lavoro ce ne sarà per tutti. Figuriamoci che casino ne verrà fuori continuo a pensare mentre continuo a pensare che è parecchio tempo che non mi vesto da zecca che è parecchio tempo che non vado ad un concerto per lavoro, che questo mondo del cazzo meriterebbe una amante amorosa e stabile per avere stabilità. Me ne vado dal lavoro? Traffico traffico traffico, P.te Garibaldi S. Michele P.ta Portese traffico, ponte semaforo buio, tutto libero, Testaccio, arrivato e già vorrei andar via guardando mucchi di umana roba non invecchiata camminare verso la direzione che prenderò parcheggiata la nuova amica Mini, targa CD 017 AZ, della nemica BMW. Ma come funziona il mio mondo del cazzo? Alcune ragazze attirano l’attenzione per le forme che si intravedono tra i colori, i piercing, i tatuaggi, i dreadlocks e le chincaglierie made in Italy vendute agli svizzeri esportate in Cina e rivendute come originali di un qualsiasi paese in guerra i cui bimbi fanno pena alle mamme sciroccate che regalano alle figlie tutta ‘sta roba. Riconosco un paio di figlie suddette, le saluto con affetto e sorrisi offro il mio cruscotto per una striscia e trovo compagnia per una serata diversa dal solito. Salgono in macchina e parcheggiamo davanti all’entrata del centro sociale dove due negroni, né ghiaccio né fetta d’arancia, tentano di spiegarmi il prezzo per un parcheggio: troppo. Un parcheggio del cazzo in un posto del cazzo con un sorvegliante del cazzo che in questo buio mette più paura che sicurezza alle mie due nuove amiche, del cazzo, che mi consigliano di pagare per non veder rovinata la macchina. Tirano fuori argomenti sindacali e di sinistra per giustificare il ricatto. Non pago. Entriamo al concerto. Ci sono tutti, lo si capisce già all’entrata dove colgo al volo decine d’informazioni inutili sugli appuntamenti del mese. Le solite facce da cazzo in versione buttafuori di sinistra – cattivi come quelli fascisti ma sporchi e trasandati – controllano che tutto fili liscio, che il conto corrente -aperto evidentemente in Banca Popolare Etica per salvare la faccia- cresca, che tutti i colleghi di tutte le Imprese possano fare il loro lavoro e contribuire a mandare avanti la baracca piena di amianto che chiamiamo democrazia. Da bere solo birra. Prendo mezza Omega e mezza spirale, offro quel che avanza, tiro mezzo grammo di cocaina senza tagliarlo ché non c’è un cazzo di piano da utilizzare e eh, anche se ci fosse sarebbe un lordume tale che non potrei, finisco di sentire il concerto cogliendo a mala pena il nome del contrabbassista che fa bagnare una delle due zoccolette rimorchiate che giocano ad allontanarsi e avvicinarsi per capire con quale delle due possa condividere un’ora. Tutte e due? Bevo una birra e addirittura vedo uno dei Vice Direttori che sale in consolle e mi dedica una canzone. Due cinesi vestiti da cubani se ne accorgono e scatenano una rissa con tre russi conciati da calabresi e un siriano che non c’entrava niente e niente ha capito se non che tutte le foto che aveva scattato e la sua Nikon CoolPix ora ce l’ho io nel mio ufficio, ora ce l’ho io nel mio archivio personale. Adesso è proprio il caso che vada via velocemente, in silenzio tra la folla. Decido al volo tra le due zoccolette per Uma Nonlechiedonemmenocome (l’altra non si sa che fine abbia fatto) e ci dirigiamo verso il primo bar utile per un cazzo di negroni, strada facendo lei gioca a scoprire quanto il mio aspetto corrisponda alle mie intenzioni e poi ordina una Caipiriña appena entrati al Groove dove la sassofonista sembra non aver alcuna intenzione di stare al tempo della jungle che esce dalle casse, sconvolgendo, contorcendo decine di americane vestite da americane a Baltimora e profumate della loro voglia di essere a Roma come americane a Roma. Che città del cazzo, piena d’americane del cazzo, locali del cazzo e musica meravigliosa. Ormai Giovedì, l’alba: la serata sarà dedicata alla riunione dell’Impresa. Saluto Uma che la luce del Giovedì all’alba si mischia con le luci del cazzo. Questa città del cazzo mi inghiotte nella stanchezza con la sua tranquilla pacatezza cattolica di lungo corso, la cocaina è finita. Tutto è finito. Passo a casa, prendo la borsa del lavoro e la metto vicino alla porta, mi riposo sul cesso faccio la barba la doccia, ingurgito una colazione veloce: tea Assan e Shortbread scozzesi, butto nel camino a gas i vestiti di ieri sera e indosso una camicia Hugo Boss un completo in lino grezzo di Ferrè due spruzzi di M7, chiamo un taxi, prendo la borsa ed esco. Il tassista di merda si fa pagare una fortuna, per metterci circa quindici minuti più del mio record personale con la Mini di Alessio. Per lasciarmi più lontano dalle Partenze di Fiumicino di quanto io non sia mai arrivato. Lo insulto per tutto il viaggio e pesantemente all’arrivo quando protesta perché passo davanti e uso il suo cruscotto per due strisce propedeutiche al check-in ed al controllo di PS. Inutile stare ad incazzarsi su questo aeroporto che rappresenta il punto di partenza per il mondo ma una cosa è certa: a parte evitare alcuni simpatici rischi i sedentari soprattutto non devono avere a che fare con questo accrocco di modernità posticcia ed efficienza simulata che è stato dotato di un viale d’arrivo i cui lampioni sono futuristici richiami al fascio littorio, nemmeno fossimo nell’era del riflusso! Alle undici sono calmo. Calmissimo, veramente calmo e concentrato quando evito d’esser male accompagnato. Con abile passaggio dietro il bancone dell’imbarco cancello il biglietto ai compagni indesiderati di viaggio che si attaccano ai telefonini per recuperare un dispetto più che un danno. In aereo bevo senza guardare whisky rum tre Absolut Blu, tutto liscio. Tutto liscio il volo di tre ore meno una di fuso. Sceso dal taxi che mi aspettava in aeroporto calmo, calmissimo, veramente calmo e concentrato sono in Parque Eduardo VII dove con calma e concentrazione mi guardo intorno e lascio la mia borsa tra le aiuole. Verso la metro Rotunda in Praça Marqués de Pombal scanso un tipo assurdo che mi offre un pezzo di non so cosa dicendolo fumo e cambio idea: sono in anticipo per il mio appuntamento e in ritardo per il pranzo, chiamo un taxi. Vicino Cais do Sodré mangio una crema di crostacei un insalata di gamberi con vinho verde di non capisco esattamente quale provenienza, pane&burro, pane integrale. Il conto è irrisorio, mi riprometto di ringraziare la Direzione per l’indirizzo. Bella, Città O.. Un gran casino e una povertà strisciante da Impero che non c’è più e una ricchezza saltellante di un’Europa che investe in sviluppo, un gran casino pieno di tram e macchine e gente e biciclette e bar pasticceria a profusione e il Tago che scorre, bella Città O.. Sono contento di questo lavoro e finalmente arrivo a piedi a Belém dove pasteis fanno da dolce proprio in mezzo ai turisti del Pasteis de Belém. Non ci sono donne, a Città O., ma decine di cartelloni rossi con un faccione responsabile, sembra quello del mio Vice Direttore, che invitano a votare Sinistra e essere fiduciosi nel futuro: in Portogallo il vent
o atlantico ha spazzato via definitivamente Salazàr. L’appuntamento salta. Mentre mangiando il terzo pastel mi sto dirigendo al Mosteiro dos Jerónimos vedo che la MG di Jezebele appena arrivata è affiancata da una Fiat Uno Sting targa spagnola dalla quale scende uno delle brutte grinte di Fiumicino, il tipo sale nella macchina che mi aspettava e tutte e due partono in direzione della città. Adesso è il caso che vada via molto velocemente, evidentemente. Rischio di farmi ammazzare da uno di questi cazzo di tram tutto pubblicizzato dalla Coca Cola, mentre attraverso la strada corro, corro sul ponte pedonale in acciaio azzurro, corro dentro il traghetto del Transtejo che passeggia sul Tago, corro alla corriera a Trafaria e l’autista corre più che se guidassi io verso Praia de Caparica dove se proprio devo morire morirò abbronzato con un surf in mano. Mi fermo alla stazione 17 del trenino costiero modello Disney con controllori under 14 e nel bar di froci che trovo bevo due Martini, che questi i negroni se li scopano e non li bevono né immaginano che perversione siano. Scambio il mio lino Ferrè per una maglia sintetica Prada, dei pantaloni alla zuava fantasia scozzese Hotbuttered e sandali NOD al posto dei miei meravigliosi mocassini fatti a mano, ci ripenso e tengo i mocassini. Un’ora di sole e body board in prestito dal bagnino che si sente protagonista di bay watch versione sado etno gay. Sono di nuovo calmo, calmissimo cazzo. Devo andare via, le trasferte cominciano a pesarmi sempre di più. Arrivo in città che inizia a calare il buio e la bella Città O. ha un buio del cazzo che l’avvolge. Vado, alla stazione dei traghetti a Praça do Commercio alla stazione per il Sud, in Algarve arriverò domattina in città domani il prima possibile senza che sia possibile avvertire che questa sera non ci sarò per la riunione. Sono calmo, me ne vado. Forse sto invecchiando ma il semi fallimento di oggi mi rattrista almeno quanto la puzza di questo treno del cazzo pieno di portoghesi gentili che fanno delle facce da cazzo pensando che i loro sedili di seconda classe sembrano dei peggiori locali o interregionali della Calabria. La puzza di canna mi rincuora in queste vesti e colgo l’occasione di passare in Prima Classe, dove due portoghesi deliziose culleranno un sonno che arriverà per forza e pesante, con uno zaino Invicta opportunamente sottratto ad uno spacciatore spagnolo sulla strada di casa. Avrei avuto due ore per Jezebele, una, o due se Jezebele avesse offerto, per la cena probabilmente simile al pranzo: proteine nobilissime! Bella, Città O., imperiale Città O. che non pretende sofisticazione per essere dolce agli ochkzzo sto proprio invecchiando in questa mia vita del cazzo se mi dispiace d’aver mancato una imperial al Bairrio Alto nel Maggio pieno di froci, a primavera con Jezebele che alla fine non è proprio per niente Arianna e non sta ad aspettare e magari se la cava a differenza mia pure al Frágil dove avrebbe per l’ennesima volta sottolineato… vabbè l’hanno ammazzata? Passa il treno dall’orizzonte al buio e ormai me ne sono andato.

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