Ti ho conosciuta che avevi la mia mezza età in una città che adotta tutti, o quasi. Venivi, poi scoprì, dall’Umbria delle nonne con parole protagoniste per donne e uomini giusti nel ruolo di molti, e madonne. Quel teatro in cui recitiamo per piacere non ha cambiato il mondo ma ho questa scusa, ti voglio salutare. I tuoi versi erano troppi per i centoquaranta caratteri che mi potevo allora permettere, non mi resta quindi che ammettere che qualche cosa è rimasto tra gli occhi chiari e le femmine scure, soprattutto lo stupore: per la semplicità - non una coincidenza i seni ritrovati di Assunta dell’isola amica; per la facilità senza prudenza con cui dicevi il mondo senza suscitarmi alcuna invidia. A chi parlavi, quando parlavi sola io la conosco, e qualcosa, sbagliando certo il tono e non capendone il prezzo gliel’ho detta anch’io. Mi lapidò con le pietre pomice e graffiò con la carta velina. Forse per essere la prima, oppure - più semplice - per una posa.

