Prometeo. Pascoli. Pischelli.

Per me fosti dieresi di principi
nel liceo del futuro anteriore.
Eri il canarino nella miniera
dei culi altrui, un passerotto
che strideva come un’aquila
per me.

Gennaro in metro, altro che Zazie.

Sei stato
la mia città bestiale e pingue
vista da un barbaro
aitante e miope, la mia sorte
progressiva e conservativa
dalla prospettiva progressista
di un conservatore.
In vita, sono sicuro, non mi avresti
considerato proprio. Libero
io ti avrei considerato improprio.
Eri già morto quando sono nato
però, ma così ti ho letto e amato.

Heavy Metal

Oggi regalo tempo usato
come nuovo, misurato
con il cesio e garantito
per il futuro. Dono biglie
di mercurio a febbre fredda
per chi è allergico al nichel
o preferisce le cromature
al Corten per dimenticare
il cobalto, a chi non si ossida
o spiccia. Per domani
la transizione richiede molto
litio nel superare
il sistema bipolare:
cuore d’acciaio un complimento
ma poi è la latta che fa l’uomo,
l’operaio e l’ultimo re.

Chi ha rame allora lo mostri,
cornice del caffè nell’alluminio.
Ho simpatia per l’Arminio
che non leggo pagando
con l’ottone, non da ieri
invece compro
le poesie della Gualtieri
che ha l’età di mia madre
e le parole di una figlia
dai capelli di zinco.
Con la fede d’oro in tasca
e un portachiavi d’argento in testa
inforco occhiali di titanio
per una parola primitiva conduttrice
di calore ed elettricità.


Del resto – in questa mia età del bronzo –
piuttosto che al palladio
guardo oltre l’uranio mentre navigo
sulle terre rare dello scorrere compulsivo.
La metonimia sul ferro non mi appartiene,
per le ricorrenze ho metalli e mestiere:
coi piedi di piombo confido
sul filo ardente
non sui proiettili di tungsteno
per illuminare questa giornata
e il mondo.

1/3, 1/3 e un terzo

Degli odori e dei sapori importanti
nella formazione dei sensi
perduranti – vista, udito e tatto
non mentiamoci: invecchiano –
certamente vanno citate le ascelle altrui
e il proprio pube, nell’adolescenza
vuoi o non vuoi.
Da bambini prima, il Vicks e la coccoina.
Il sesso e qualcosa in più delle ex
se siamo stati un po’ libertini quando
l’Europa ci ha dato l’impressione
non avessimo più quei confini
cristiani, politici e inutili. Non per primi
fiutavamo un futuro contromano.
È stato sano. Vanno ricordate
poi le cose futili non meno indelebili:
la birra stantia sui baffi giovani
e il Negroni per provare a immaginare
versi, nuovi amori e migliori domani
tra il posacenere e gli umori di venere.
Nei giorni grigi, la rosa in mano,
il burro scongelato nelle metro di Parigi,
la mostarda nei panini lungo il Tamigi

l’umido dei soggiorni economici.
Vermouth rosso, bitter e gin
in parti uguali. Spicchio d’arancia
una moneta la mancia.
Nocciolina guardati allo specchio:
vuoi o non vuoi tu lo sai
che ti farei.

Nel tempo breve di grandi attese

Nel tempo breve di grandi attese,
fatto quasi tutto d’aspettare
senza aspettarsi molto o riposarsi,
può essere utile far le tacche
sugli stipiti, redarguire
gli atteggiamenti stupidi
ed esserci il più possibile.

Anche solo con la pancia
e senza dire niente
di intelligente. Del resto
ho questa religione semplice
di pause, deviazioni e attenzioni,
del fermarsi complice il gatto nero,
del non compiangere il cappello
sul letto e non passare tra la scala
e il muro. Con il tempo ho pensato

potesse anche vivacizzare il rito
gettarmi un grano di sale alle spalle
da quanto accaduto sulla pelle.

Ma ho la memoria con le zanne,
non faccio tesoro dell’esperienza,
nuoto senza pinne e senza piume
volo. Tu fai con calma, non è tardi,
mentre ti aspetto dabbasso accumulo
esempi per brevi teatri assurdi:
tu fai la gran nave, io il piccolo molo.

Chiedo indicazioni ai passanti

Chiedo indicazioni ai passanti
ho paura delle falene,
delle balene e dei sottinsieme.


L’amore è un costrutto borgese
e va bene, ma ti ricordo che
senza frequentare vini e oli
drogherie o ambulatori vedo
cose che gli altri non vedono.
Sento quello che non sentono.


La faccenda non mi preoccupa:
dovremmo solo incontrarci
più spesso, tu ed io,
e fare le cose che
anche gli altri fanno
dirci le cose che spesso
– nei film, certo, ma anche davvero
si dicono

da nudi e spogliati
e dopo abbracciati.
Come l’alce, il cervo e l’orso
faccio sempre lo stesso verso:
quante volte ti e capitato
di guardare il cielo terso
e pensare a me?


Qui, il tuo dio, non c’è.


L’amore è una sovrastruttura, lo so.
Ma ti ho sognata.
Eri magra matura e immutata.
Te ne andavi seria sorridendo
del tuo restare indimenticabile,
o almeno così ho capito.
Nella sala Giulio Cesare
(che guardavo con gli occhi del Navarco
– prospettiva adeguata al mio sforzo,
ora mi dico, e forse non mi credo)
c’è chi c’era prima che passassi
e faceva un gran bla bla.

Mi sono alzato con la sigaretta in mano
e sono andato a controllare il gas.
Ho il green pass, mi sono abbonato a Il Post.

La villeggiatura

Cereo rifiorì.
Conseguenza diretta
del pensiero allo specchio
se lo guardo con attenzione:
la prospettiva che ci insegnano
di Giotto, e il suo cerchio, sono
aneddoti che preparano quadrature
per inevitabili ottusioni successive.
Evidentemente
non sei stupido o credente:
diventi un monito vivente. Animato
all’odore della mattina,
quella un po’ nuvolosa che ricorda
la notte prima quando il cielo
fa da tetto alla città ed alle luci
delle stagioni tiepide
dalle albe rigide.
Erba, sostanzialmente,
però Europa e gente.

[…]fa parte di Roma e vedrai che diventeremo tempo perso anche noi. Per questo nessuno qui ha la ricetta granitica che resiste al tempo. A volte fai il rabdomante, a volte peschi a strascico, a volte sei Flaiano, a volte sei un cojone.

Quando parto metto ancora
una felpa col cappuccio
e le cuffiette.
Porto una penna ed un taccuino
su cui spesso nemmeno scrivo,
però ogni tanto ricordo il sole
e conseguenti le ombre nette.

Radio Uniqlo

Prima che mi cada il cielo in testa o il fiato

non basti a fare tutta la strada che resta

tra la fine delle mie estremità lontane

e l’inizio della vita (che spesso è un casco di banane

– una pigna tropicale in fin dei conti),

è giusto che qualcosa la voglia ricordare

anche per ripensarci con le lumache all’occorrenza,

nell’altra metà della mia vita, con pazienza magari

di fronte al mare:

credo nel dio cattivo e nelle cose

mobili, immobili e immateriali.

Penso, come se fossi io:

fosse stato per me il Big bang

avrebbe fatto assai poco rumore.

 

Certo, per colpa di Bellezza, non mi stupì la notizia

che a Carlo Magno fossero cresciute le unghie dopo morto.

È già da un po’ infatti, colpa della modernità e delle installazioni,

che anche la natura morta vive.

C’è il moscerino, il riflesso, il lampo,

il buzz, il tictac o quel sinistro cigolio che fa spesso il mondo intorno.

È il fruscio della proiezione, arcaica e primitiva.

 

Tutti possono fare quel che faccio

ma come per quel che faceva Andy

poi dovrebbero saperlo spiegare. E bene.

Ebbene:

io scrivo ed ho già l’età per dichiarare

quali siano le parole che mal sopporto.

Così, mi voglio appuntare:

comunità

compromesso

compleanno. Lo stesso, uso con tono di rigetto l’aggettivo

paternalista – piuttosto che paternalistico, che suona

meno fastidioso.

Mi piacciono però

unione

accordo

azzardo

Roma.

 

Penso che chi sorride il ciel l’aiuta

e che chi sorride aiuta il cielo,

che i luoghi comuni siano latrine da evitare

e la gentilezza una rivoluzione civile,

che il cambiamento climatico e la fast fashion

hanno ottimizzato le stagioni.