Giulia di secondo nome

Metallo

 

Non mi chiedere ora di sapere più

di quello che posso ancora raccontare.

Certo dal lungo secolo borghese

ha vissuto al terzo millennio e poi

la civiltà di Cristo.

 

C’erano per gli spicci le carrube,

i succedanei e il mercato nero,

i mostaccioli, le mosciarelle. Quando

già capivo c’era Rossana, Cirano,

il punch, le sorelle e le caramelle

già quadrate, rabarbaro, anice

o latte e miele, al Quadraro come altrove

l’aglio un po’ bruciato, il fritto ed il gelato.

 

La lana s’aggomitola e srotola ricordi

infeltriti sotto ascelle e narici otturate.

Primavere, piante curate, il Messaggero

e la Repubblica ogni tanto.

 

È passato tanto, e non poi tanto tempo.

Ora vola senza più cadere, solida la terra

e le sue gambe sopra i piedi.

 

L???equilibrio materico

Azzurro

 

Offerta rustica alla ninfa plastica,

dov’è il principio di piacere

è il semplice non essenziale.

Come il cane, il gatto di casa,

la donna del noncolore perla,

il giallo pantone, il rosone di stucco,

il cannone brunito di bronzo

azzurro cielo, come tutto fosse vero,

incombusto.

L’ufficio del cuore in fin dei conti,

un lavorio del mare.

 

Musa tra i trucchi in fila

sul G.R.A. come tra troppi

con l’immaginario tra i piedi

il mio pensiero ai tuoi, neri

sulla passerella delle arti,

sulla montagna tra le stelle

e nella palude come le belle

di ogni rivoluzione.

 

La Senna nel bel mezzo

con una penna figlia

di memoria ottusa

e divinità imperanti.

 

Euterpe mia, ti ricordi

ero come sono, tra Clio ed Erato,

ero a Torino, a Marsala,

erano i trent’anni e una cena di gala.

L’Italia era la Gang, una segreta, la mela stregata.

La patria era il mondo occidente,

era Parigi, Londra, l’Arcadia, era l’Africamerica.

Tutto era a Roma. Tutto era casa.

 

Ora Melpomene allo specchio

per essere quasi insomma libera

si fa prigioniera del gabbiere morente.

 

Tersicore apparecchia per il gioco,

dice di tutti per maschera di parte

e di nessuno per fugarne il dubbio.

 

Talia, edera della verità che non ha musa

Urania, si fa divina sul divano,

la filosofia alla mano.

 

Polimnia, facoltà del divino e del dispari

muove l’acqua marina e con le cuffie

fa nota del blu oltremare e del terrestre,

lascia intravedere ogni stagione

e la semplicità.

 

La vita che riposa tagliata e miele

e olio, è quanto offro nel desiderato

trasparente, un caffè o anche amore.

 

Disordini, libri, desideri e ordini

Rosa

 

(anche a proposito dell’opera prima di Keith Gessen)

 

Atassia d’umore per cantieri aperti d’amore

quando la fine è il bene mi commuovo del valore

e molti non sanno quanto. Sia bello, buono e vero

il pianto nel sole aspro che dispera la tramontana,

romana invernale seccatura, fumogeni, spazzatura.

Quando la verità è la fine mi commuovo del volere

quel che chiami sonno per cui non vuoi cuscino.

Quando poi vedo bruciare il cielo e poco a poco

spegnersi il giorno penso sia stato uno sbaglio

svegliarmi, rincorrerti e baciarti e poi ridere

d’uno sbadiglio. Lacrima iperurania e cittadina

mi commuovo della befana, dell’inondazione

del Dnepr e della patria lontana quand’è vicina

come di te un po’ ho rabbia, ma nelle mie suole

col carro armato e dello spettro che si è infiltrato

nello specchio sento il buono e non mi riconosco.

 

(del resto di Jane Austen ho letto poco o niente)

 

Partizione dell’incuriosirti

Bottle

 

Tra gli ottimati non sono radicale

il buon senso penso sia utile

a volerti consigliare bene, o il male

sulla base del riflesso nello specchio

del cuore in cima al tuo indice nudo

che al centro ha il cuneo dell’iniziare.

Apparsa anche d’argento,

il viso sciacquato, l’avermi salutato.

 

 

Ti voglio parlare nazione, allo stato delle cose,

signora di paese tanto educata da non aver candore

di dire più chiaro il me ne frego e ad alta voce.

Nel mondo che evade le tasse

tu sei lo stupore e il malumore

del dire. Io giuro d’odiare il tuo passato

ogni presente di silenzio e il futuro

se tremano gambe e braccia per volere.

Ma questo è Catullo e non romana è la morte

precoce, del poeta la mia censura e l’oratoria.

 

 

Mi inviti interposta a essere elastico

ad ogni abuso di potere e d’arrivare.

Il tuo profumare mi libera d’incanto

del diritto caldo, con la norma fatta

d’eccezione che non vuol più dire

d’amore e considerò il provvidenziale.

Ma che ti dico a fare? Mi sconquasso, credo,

voglio e spero. Elastica debba essere ogni sfera

rimugino, mi risento e ti strasogno

nell’intimo del possibile, e in forma e fragile

non sbaglierei più verbo a disinfetta verità.

Troppo spesso ho visto figli di uomini

elastici di madri capienti del resto

laboriosi cittadini non nati tra le mani

dei sociologi sconsiderati, presto

alla statistica impacciati e assai devoti.

 

 

Rinasci, se riesci, o cerca, se volessi,

tutte o mezze le parole che direi

ma non chiedermi di non provare

a volerti raccontare del tacere

promesso a te che vivi d’aria

che crea correnti, che fa gocce

d’acqua degli amati insoddisfatti.

Il mio consiglio è d’apparire e di sempre parlare.

Il neo grande dove vorrei il tuo naso ti direi

è ora anche una casa nuova da arredare

dove potrebbe entrare il Maine e uscire mai.

 

Il cielo flottante

Pinzaframecd0

Le talpe hanno unghie lunghe

dure negli anni le tane

e secche le guance che il pianto

nel sonno interrotto

fa sembrare di occhi che ovunque

hanno famiglie,  fratelli

di sangue, satelliti e dei.

Comunicazioni informali e sindacati

ispettivi, bermuda cachi

e magliette baglioni.

Groviglio dell’olfatto e dell’attesa

Pinzaframe

Il tuo sole ?? abbracciato

per rispettarne l???approssimarsi

ed il vuoto. Le differenze

in leggi non scritte

nelle vite che vorremmo.

Perfette tu mi dici

gli idilli degli idoli essere le ali

dei porci, il patchouli di viaggi

portato dalla timida stimmate

residente su dita degli stravizi

irrenitenti. Croccanti, in gocce

saltuarie le fedi.

Sui polpastrelli, intimo dei ricordi

condividerei ogni verbo inquinato

e l???indubbio ausiliario del piovere.

La strada del dodo

Hhhh

 

(a proposito di noi, dell’arte contemporanea e di Fidel M’Banga Bauna)

 

Frequentiamo luoghi comuni. La rosa

la spina, l’onda e la luna. Con armi

spuntate da ogni fuoco

amico, intimo mai violento crepitio

dei pensieri riaffollati e di vaghi amori.

Frasi di proverbi anziani.

 

È l’ego smisurato, il fiato e il salato.

 

È la scienza di ogni incontro incerto

patologia sensazionale

che nega l’utilità dell’esperienza.

 

È la tua assenza.

 

È la terza persona colpevole

e ogni debolezza del sociale.

 

È la mano davanti all’occhio,

all’orecchio, ai vizi

invisibili del marmo.

 

 

(Mangiamo riso sapido tra riso sciocco

di poveri ragazzi ricchi cui il dito medio

-in cima all’opera- dice che verità

è benessere permanente e gente.

 

Consoliamoci poi che Milano è lontano,

la Cina vicina, che giovedì è passato

ed hanno finalmente poi lavato, lustrato

strade e foglie d”autunno inaspettate.)