La pioggia è davvero questione privata,
quasi una forma critica del vento,
quasi fosse questo incontrarsi nei sogni
scoscesi di ambienti illimitatanti
tra famiglie unite nei fanghi della pasta
l’unica cosa che della stagione resta.
Tra i fumi riso sciocco di inspiegabili
questioni termali e narrative del disosso,
naso tubero e vino scelto.
Mi chiedi se dobbiamo ancora sposarci
senza incubi, rispondo madama
se volessi. Avrei avori, nasi di elefante
metalli e fuochi resistenti.
Poi mi accorgo, scrivo appunti sulla lupa:
la vedo umida e investita
di occasionale responsabilità pediatrica,
per Forno Ugo, sul ponte,
per lo stretto distinguo tra il pane lievitato
e il piccolo sonno del mercato nero.
Non ho che parole per la briciola rugiada,
per il fiore della mollica di una via sicura,
perché per non saper che fare
– la fornaia già porta il primo scialle –
dopo mesi e siccità ha scelto di apparire.



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