Per me fosti dieresi di principi nel liceo del futuro anteriore. Eri il canarino nella miniera dei culi altrui, un passerotto che strideva come un’aquila per me.
Gennaro in metro, altro che Zazie.
Sei stato la mia città bestiale e pingue vista da un barbaro aitante e miope, la mia sorte progressiva e conservativa dalla prospettiva progressista di un conservatore. In vita, sono sicuro, non mi avresti considerato proprio. Libero io ti avrei considerato improprio. Eri già morto quando sono nato però, ma così ti ho letto e amato.
Oggi regalo tempo usato come nuovo, misurato con il cesio e garantito per il futuro. Dono biglie di mercurio a febbre fredda per chi è allergico al nichel o preferisce le cromature al Corten per dimenticare il cobalto, a chi non si ossida o spiccia. Per domani la transizione richiede molto litio nel superare il sistema bipolare: cuore d’acciaio un complimento ma poi è la latta che fa l’uomo, l’operaio e l’ultimo re.
Chi ha rame allora lo mostri, cornice del caffè nell’alluminio. Ho simpatia per l’Arminio che non leggo pagando con l’ottone, non da ieri invece compro le poesie della Gualtieri che ha l’età di mia madre e le parole di una figlia dai capelli di zinco. Con la fede d’oro in tasca e un portachiavi d’argento in testa inforco occhiali di titanio per una parola primitiva conduttrice di calore ed elettricità.
Del resto – in questa mia età del bronzo – piuttosto che al palladio guardo oltre l’uranio mentre navigo sulle terre rare dello scorrere compulsivo. La metonimia sul ferro non mi appartiene, per le ricorrenze ho metalli e mestiere: coi piedi di piombo confido sul filo ardente non sui proiettili di tungsteno per illuminare questa giornata e il mondo.
Degli odori e dei sapori importanti nella formazione dei sensi perduranti – vista, udito e tatto non mentiamoci: invecchiano – certamente vanno citate le ascelle altrui e il proprio pube, nell’adolescenza vuoi o non vuoi. Da bambini prima, il Vicks e la coccoina. Il sesso e qualcosa in più delle ex se siamo stati un po’ libertini quando l’Europa ci ha dato l’impressione non avessimo più quei confini cristiani, politici e inutili. Non per primi fiutavamo un futuro contromano. È stato sano. Vanno ricordate poi le cose futili non meno indelebili: la birra stantia sui baffi giovani e il Negroni per provare a immaginare versi, nuovi amori e migliori domani tra il posacenere e gli umori di venere. Nei giorni grigi, la rosa in mano, il burro scongelato nelle metro di Parigi, la mostarda nei panini lungo il Tamigi l’umido dei soggiorni economici. Vermouth rosso, bitter e gin in parti uguali. Spicchio d’arancia una moneta la mancia. Nocciolina guardati allo specchio: vuoi o non vuoi tu lo sai che ti farei.
Nel tempo breve di grandi attese, fatto quasi tutto d’aspettare senza aspettarsi molto o riposarsi, può essere utile far le tacche sugli stipiti, redarguire gli atteggiamenti stupidi ed esserci il più possibile.
Anche solo con la pancia e senza dire niente di intelligente. Del resto ho questa religione semplice di pause, deviazioni e attenzioni, del fermarsi complice il gatto nero, del non compiangere il cappello sul letto e non passare tra la scala e il muro. Con il tempo ho pensato potesse anche vivacizzare il rito gettarmi un grano di sale alle spalle da quanto accaduto sulla pelle.
Ma ho la memoria con le zanne, non faccio tesoro dell’esperienza, nuoto senza pinne e senza piume volo. Tu fai con calma, non è tardi, mentre ti aspetto dabbasso accumulo esempi per brevi teatri assurdi: tu fai la gran nave, io il piccolo molo.
Chiedo indicazioni ai passanti ho paura delle falene, delle balene e dei sottinsieme.
L’amore è un costrutto borgese e va bene, ma ti ricordo che senza frequentare vini e oli drogherie o ambulatori vedo cose che gli altri non vedono. Sento quello che non sentono.
La faccenda non mi preoccupa: dovremmo solo incontrarci più spesso, tu ed io, e fare le cose che anche gli altri fanno dirci le cose che spesso – nei film, certo, ma anche davvero si dicono da nudi e spogliati e dopo abbracciati. Come l’alce, il cervo e l’orso faccio sempre lo stesso verso: quante volte ti e capitato di guardare il cielo terso e pensare a me?
Qui, il tuo dio, non c’è.
L’amore è una sovrastruttura, lo so. Ma ti ho sognata. Eri magra matura e immutata. Te ne andavi seria sorridendo del tuo restare indimenticabile, o almeno così ho capito. Nella sala Giulio Cesare (che guardavo con gli occhi del Navarco – prospettiva adeguata al mio sforzo, ora mi dico, e forse non mi credo) c’è chi c’era prima che passassi e faceva un gran bla bla.
Mi sono alzato con la sigaretta in mano e sono andato a controllare il gas. Ho il green pass, mi sono abbonato a Il Post.
Cereo rifiorì. Conseguenza diretta del pensiero allo specchio se lo guardo con attenzione: la prospettiva che ci insegnano di Giotto, e il suo cerchio, sono aneddoti che preparano quadrature per inevitabili ottusioni successive. Evidentemente non sei stupido o credente: diventi un monito vivente. Animato all’odore della mattina, quella un po’ nuvolosa che ricorda la notte prima quando il cielo fa da tetto alla città ed alle luci delle stagioni tiepide dalle albe rigide. Erba, sostanzialmente, però Europa e gente.
[…]fa parte di Roma e vedrai che diventeremo tempo perso anche noi. Per questo nessuno qui ha la ricetta granitica che resiste al tempo. A volte fai il rabdomante, a volte peschi a strascico, a volte sei Flaiano, a volte sei un cojone.
Quando parto metto ancora una felpa col cappuccio e le cuffiette. Porto una penna ed un taccuino su cui spesso nemmeno scrivo, però ogni tanto ricordo il sole e conseguenti le ombre nette.