La povertà, spregevole, ha odori.
Alcuni confortevoli:
l’aglio bruciato dalle nonne
che si fa regola per le scale
e negli ampi androni. Falansteri
fascisti di prima periferia:
è l’ora d’uscita dalle scuole.
Sapere il mondo per contrasto,
sé stessi con fastidio,
puzza il profumo ch’è d’iddio.
Alla triennale c’è un uomo-capra
per tre giorni e tre notti
mi fa ridere e poi pensare: genio!
Alla proiezione della Divina
Commedia, tra i critici c’è chi grida al capolavoro
e chi grida e basta!
Come l’olfatto, il gusto,
la vista e il tatto,
non esistono libri
inutili e parole vane.
La luna pochè, l’estate,
poiché c’era tempo.
I romanzi russi
coi semoventi samovar
e le vecchie cogli scialli,
gli americani coi liquori,
le donne facili alle vite difficili.
Alla prova dei fatti
nessuno sa perché ride,
piange o trema il cuore.
La poesia forse,
come se la famiglia fosse
una nota spese,
e la resistenza
una serie di vite inadatte:
non era per me
aspettare la notte,
scegliere scelte fatte,
consumare l’accumulo
nel rivendere o percolare.
Robuste basi teoriche,
senza riscontro empirico,
suggeriscono alla quercia
le ghiande, al mio balcone
le succulente e il sole.
Cose comuni e sensi neghittosi
d’ascoltare quel che non si può
dimenticare.







