Uno, due, tre, quattro, cinquemila giorni

La povertà, spregevole, ha odori.
Alcuni confortevoli:
l’aglio bruciato dalle nonne
che si fa regola per le scale
e negli ampi androni. Falansteri
fascisti di prima periferia:
è l’ora d’uscita dalle scuole.
Sapere il mondo per contrasto,
sé stessi con fastidio,
puzza il profumo ch’è d’iddio.

Alla triennale c’è un uomo-capra
per tre giorni e tre notti
mi fa ridere e poi pensare: genio!

Alla proiezione della Divina
Commedia, tra i critici c’è chi grida al capolavoro
e chi grida e basta!

Come l’olfatto, il gusto,
la vista e il tatto,
non esistono libri
inutili e parole vane.
La luna pochè, l’estate,
poiché c’era tempo.
I romanzi russi
coi semoventi samovar
e le vecchie cogli scialli,
gli americani coi liquori,
le donne facili alle vite difficili.
Alla prova dei fatti
nessuno sa perché ride,
piange o trema il cuore.

La poesia forse,
come se la famiglia fosse
una nota spese,
e la resistenza
una serie di vite inadatte:
non era per me
aspettare la notte,
scegliere scelte fatte,
consumare l’accumulo
nel rivendere o percolare.

Robuste basi teoriche,
senza riscontro empirico,
suggeriscono alla quercia
le ghiande, al mio balcone
le succulente e il sole.

Cose comuni e sensi neghittosi
d’ascoltare quel che non si può
dimenticare.

Voi valete più di molti passeri

Se il mondo nasce da un rifiuto
io ho una brugola, aggiusto
quel che posso.
E così non facendo ancora inverno
si vedono sotto Marte e la luna accesa
le cucine e le stanze grandi piene,
le finestre schiuse indifferenti
agli ultimi insetti e ai primi freddi
di pioggerelle frustrate dal sole
del domani che s’è immaginato
tra le muse del presto pomeriggio.

Anche se in oriente, a volte,
nevica, dev’essere così il presepe
e così gli uffici di chi s’equilibra
tra ozi e negozietti ben forniti:
Atene e Sparta, come sempre
in ogni cosa,
dalla scelta degli armadietti
dove riporre la cancelleria
all’organizzazione della vita
mia o tua, o di quella fetta
di iloti, di liberti o cittadini
animi incerti che ci somigliano.

Nello spazio arterie, vene,
geografie certe
tra le foglie morte
e la fine di quest’arte.
Come si diventa nazisti
ogni vent’anni torna di moda,
non è un male per un libro di storia:
semplice, non ha controparte.

Nel tempo guardo l’infinito
complicato, non trovo Vespero
perché non conosco il cielo
e mi ricordo il tuo dito
che sapeva bene di Lucifero:
quando non si mangiano
le ostriche, si può prendere
il sole, settembre un eccezione.

Il mondo finisce nel silenzio
devi essere in grado di fare questo
e presto: segnare il calendario,
ricordare. L’equinozio
e il prossimo solstizio,
nel tempo di non nominare dio.

 

Sometime too hot the eye of heaven shines,

And often is his gold complexion dimm’d,

And every fair from fair sometime declines,

By chance or nature’s changing course untrimm’d;

But thy eternal summer shall not fade,

Nor lose possession of that fair thou ow’st… (W.S.)

 

Concrete atmosphere

“I really believe in empty spaces, although, as an artist, I make a lot of junk. Empty space is never-wasted space. Wasted space is any space that has art in it. An artist is somebody who produces things that people don’t need to have but that he, for some reason, thinks it would be a good idea to give them.”
A.W.

 

Certo il Verano di Giacomo Balla
non è il Père-Lachaise di Delacroix:
pare che a Roma si viva
meno bene che a Pittsburgh,
e un po’ di più.
 
A Brecht, effettivamente,
preferisco te con la canotta
Abercrombie & Fich
e gli slip. E poi senza
vergogna
preferisco Carver a Bukowski,
Bulgakov a Dostoevskij,
Günter Grass
a Pascoli e all’erba dei fossi.

Ami la stasi
per apparente indipendenza
dalla materialità.
So il vento e i silenzi
e che sì, sapeva i nomi.

Prevedo, ragionevole,
quello che accadrà:

come le disarmate nuvole
della generosa primavera romana,
che basta un po’ di tramontana;
come il sole d’ottobre
che lo scirocco inzacchera.

Così evito, il grigio in ogni modo
che non era e non voleva.
Stravedo nel baluginare legale
dell’ora in cui il giorno prima
s’allunga, si spiccia
e affretta l’estate.

Come la noia che vizia in pianto
qualunque grazia,
come la gioia che rimesta
il tempo automatico.
Come l’impiegato
con lo stipendio, il parastato
così semplice ch’è complicato:

s’uncina l’immateriale
facendo sostanza l’arte
d’assimilare, sociale
la serigrafia e l’ossidazione.

Parliamo di business allora:
ad oggi, vuoi mettere i Mercati di Traiano
coi Kaufhalle e i GUM?

Come elementare (entropia, empatia, eugenìa)

…un pasto al giorno

come i cani,

per sazietà.

 

Come i gatti

senza vero padrone,

ma non per vanità.

 

Come gli storni

di città in città

a far cose sui passanti,

gli immutati monumenti

a far cornice

alla società.

 

Come i laureati

a lavorare il lunedì

per costituzione

– e innaturale

disposizione –

senza particolare volontà.

 

Come i bambini

prendere in prestito

senza restituire,

ma senza genialità.

 

Dormire

mangiare

contare

leggere

scrivere

ricominciare…

 

“A difendere la gentilezza mettendo in chiaro

che non si sta difendendo la forma, ma la sostanza

della vita sociale”

M.S.

Alt country

 

Mi obbligo – certo, non richiesto –

nel racconto

del fuoco in assenza del fuoco

del racconto,

e forse una notte verrà il giorno di domandare

se in verità ho solo perso un minuto,

sforzandomi a pensare una metrica

piuttosto che maneggiare l’estetica,

e riempire le assenze del contenuto.

 

Non ricordo d’aver sognato di sognare

però di quando sapevo

volare dagli scogli, sulla bici,

sulle linee aeree senza bere,

immaginandomi i tuoi seni

piccoli, i miei baci ovunque.

Sapevo d’essere vento,

quindi commedia tempesta

al dunque. Dio denaro

che non c’è, ma ci aiuta.

 

Per oggi m’interrogo di letteratura

di giacche di cordura per l’inverno,

dell’evitare l’inferno degli acquisti

dei regali di Natale in connessione,

odiando automobilisti e delusione.

 

Correggo il pitosforo con la tuja,

leggo di mozzarella in carrozza

con la ‘nduja e vedo da me

quanto sia normale

iniziare a sbiadire i ricordi

anche senza candeggiare.

 

Così il fuoco del ricordo

in assenza del ricordo del fuoco

ha simpatia per le ricorrenze

e non fa brace per celebrazioni.

Il solito biglietto

Choo, choo train chuggin’ down the track

Gotta travel on, never comin’ back

Oh, oh got a one way ticket to the blues… (N.S.)

 

 

Dovessi raccontarti dov’ero felice

serenamente ti direi alle cave

di pietra pomice, a Porticello

quando quasi affogai

sul fondale bianco nel raccogliere ossidiane

nere, nei del mondo turchese.

 

Con più la leggerezza tipica

degli anni che non passano

e sembrano secoli i giorni

anche in vacanza, spesso

perché il mondo era il più certo.

E tante volte solo

quando a tutto penseresti

tranne che vi sia posto

per la felicità, sono stato felice.

Il mondo lontano è il più vicino:

la sabbia bianca è senza mare.

 

Ed è però la gioia che dà

la serenità del non temere.

 

Uno sconosciuto alle sette di mattina

fuori da un bar di quelli che dimentichi.

Chiesi d’accendere che non avevo

nemmeno vent’anni, a piedi,

le mani in tasca. Mi lasciò con un sorriso

la bustina di minerva

che non si vende più

ma l’eco rimane insuperato.

 

Al bar Bravi di Borgo Grappa

in giacca e cravatta, del mondo

in mano le chiavi.

Fui felice

quando seppi che sapere

è una responsabilità da non vantare.

 

O quando sulla palude si addensa

la nube nera che spaventa pioggia

per chi non sa che bene o male

oltre le dune c’è sempre mare

e quel po’ di vento porta il sole.

Il mondo intorno è la stagione

che fa la differenza

tra vivere e campare.

 

 

Il giorno dei santi Pietro e Paolo pensai a una vita più combattuta

ma alcune parole non coincisero, al dolore sguaiato abbandonato

fui felice anche allora. L’edera secca la quercia abbattuta,

spesso trafelato, veramente felice, ogni tanto lo sono stato.

Estetica (sopravvivenza e riproduzione)

Art, as I see it, is any human activity which doesn’t grow out of either of our species’ two basic instincts: survival and reproduction. – Scott McCloud

 

 

Una grande gabbia

di Faraday, passa

la mattina. Ascensore

sociale fermo al piano

rialzato, ereditato.

Non c’è campo, ovvio,

né scampo all’ovvio.

Marmi, vecchio plagio

di fasti soggetti a bionde

inondazioni e sorci, verdi,

luci basse, vetri opachi.

Il laterizio spiffera

la stagione:

il mattone faccia a vista.

 

Certo non è un racconto agro

come la vita di Breece Pancake,

ma non è dolce

come sciroppo

d’acero e burro,

quando certo appiccicavo

ma tu ti scioglievi.

 

Estetica della sopravvivenza per la riproduzione

Riproduzione per l’estetica della sopravvivenza

Sopravvivenza della riproduzione per l’estetica

Estetica per la sopravvivenza della riproduzione

Riproduzione dell’estetica per la sopravvivenza

Sopravvivenza per la riproduzione dell’estetica

Riproduzione della sopravvivenza per l’estetica

Estetica per la riproduzione della sopravvivenza

Sopravvivenza dell’estetica per la riproduzione

Riproduzione per la sopravvivenza dell’estetica

Estetica della riproduzione per la sopravvivenza

Sopravvivenza per l’estetica della riproduzione

La bellezza è oggettiva, contemporaneamente

al suo essere soggettivamente interessante.

È semplice

e arte.