Il colore delle vele

Non è tanto la matrigna
disgraziata o quella povera figlia,
né il senso di colpa di aver trattato
come un utile mitile
la paredra della retsina,
a togliere il sonno all’eroe:
volontà di Dioniso,
un’incomprensione con Nettuno,
è sempre colpa di qualcuno.
Altro è la paura della distrazione,
l’ottimismo della ragione
e la cultura dell’ucronia o del piagnisteo
che sono invece gli incubi coscienti.

Avrei issato vele rosse
per il turchese Egeo
ma è chiaro! Perché non sono io Teseo,
e tu non mi fai il filo.

Chissà che non sia un bene
si faccia strada nel mito
anche il povero Piritoo.

Ippopotami in Mesopotamia

C’erano gli ippopotami in Mesopotamia?
Ed io che pensavo di poter andare
sulla luna e rimbalzaci senza temere
di perder tempo, spazio e fantasia.
O stabilirmici con la camicia stirata
le calze in filo e il nodo di sant’Andrea,
per stare al sole e non diventare rosso.
Sotto la pioggia e – di grazia – senza ombrello,
non gelare. Andare all’osso del problema
per sviscerarne il bello incurante
d’ogni azione tua e mia:
restare giovani, stringerci le mani
con sani principî e non pochi tramessi.
Mi chiedo così spesso noi stessi chi fossimo
o – al massimo – cos’è successo quando
ho deciso d’evitare il negozio e la clientela,
la gente che bela beata e l’innata tendenza
a consumare senza tempo per pensare
al passato e a chi non è mai nato.

Disposizione differenziale

Ho l’abitudine d’esser contento
e d’agitarmi per poco,
adirarmi sereno e sboccato
coinvolgendo spesso dio
senza dimenticare pene e madre:
non nascondo cioè la paura
del dovermene pentire
per il futuro e il passato.
Di notte col sudore manifesto
resto un attimo senza fiato,
di giorno le voci in testa
cantano tenorili di vittorie
e stipendi mensili regolari.
Basti la natura di un uovo
sodo aspirante centenario
con il cielo come seconda casa
purché immobile e sorridente
e quando poca umanità lo popola.
Tagliato per la ricerca della verità
è rimasta la cicatrice che non prude
e l’aspirare ad esser letto
o dormire senza distrazioni
con parole comete sempre illuminate.

Sempre aperto

Ti ho conosciuta che avevi
la mia mezza età in una città 
che adotta tutti, o quasi.
Venivi, poi scoprì,
dall’Umbria delle nonne
con parole protagoniste
per donne e uomini giusti
nel ruolo di molti, e madonne.
Quel teatro in cui recitiamo
per piacere
non ha cambiato il mondo
ma ho questa scusa, ti voglio salutare.
I tuoi versi erano troppi
per i centoquaranta caratteri
che mi potevo allora permettere,
non mi resta quindi che ammettere
che qualche cosa è rimasto
tra gli occhi chiari e le femmine scure,
soprattutto lo stupore:
per la semplicità - non una coincidenza
i seni ritrovati
di Assunta dell’isola amica;
per la facilità senza prudenza 
con cui dicevi il mondo
senza suscitarmi alcuna invidia.
A chi parlavi, quando parlavi sola
io la conosco, e qualcosa,
sbagliando certo il tono
e non capendone il prezzo
gliel’ho detta anch’io.
Mi lapidò con le pietre pomice
e graffiò con la carta velina.
Forse per essere la prima,
oppure - più semplice - per una posa.

Prometeo. Pascoli. Pischelli.

Per me fosti dieresi di principi
nel liceo del futuro anteriore.
Eri il canarino nella miniera
dei culi altrui, un passerotto
che strideva come un’aquila
per me.

Gennaro in metro, altro che Zazie.

Sei stato
la mia città bestiale e pingue
vista da un barbaro
aitante e miope, la mia sorte
progressiva e conservativa
dalla prospettiva progressista
di un conservatore.
In vita, sono sicuro, non mi avresti
considerato proprio. Libero
io ti avrei considerato improprio.
Eri già morto quando sono nato
però, ma così ti ho letto e amato.

Heavy Metal

Oggi regalo tempo usato
come nuovo, misurato
con il cesio e garantito
per il futuro. Dono biglie
di mercurio a febbre fredda
per chi è allergico al nichel
o preferisce le cromature
al Corten per dimenticare
il cobalto, a chi non si ossida
o spiccia. Per domani
la transizione richiede molto
litio nel superare
il sistema bipolare:
cuore d’acciaio un complimento
ma poi è la latta che fa l’uomo,
l’operaio e l’ultimo re.

Chi ha rame allora lo mostri,
cornice del caffè nell’alluminio.
Ho simpatia per l’Arminio
che non leggo pagando
con l’ottone, non da ieri
invece compro
le poesie della Gualtieri
che ha l’età di mia madre
e le parole di una figlia
dai capelli di zinco.
Con la fede d’oro in tasca
e un portachiavi d’argento in testa
inforco occhiali di titanio
per una parola primitiva conduttrice
di calore ed elettricità.


Del resto – in questa mia età del bronzo –
piuttosto che al palladio
guardo oltre l’uranio mentre navigo
sulle terre rare dello scorrere compulsivo.
La metonimia sul ferro non mi appartiene,
per le ricorrenze ho metalli e mestiere:
coi piedi di piombo confido
sul filo ardente
non sui proiettili di tungsteno
per illuminare questa giornata
e il mondo.

1/3, 1/3 e un terzo

Degli odori e dei sapori importanti
nella formazione dei sensi
perduranti – vista, udito e tatto
non mentiamoci: invecchiano –
certamente vanno citate le ascelle altrui
e il proprio pube, nell’adolescenza
vuoi o non vuoi.
Da bambini prima, il Vicks e la coccoina.
Il sesso e qualcosa in più delle ex
se siamo stati un po’ libertini quando
l’Europa ci ha dato l’impressione
non avessimo più quei confini
cristiani, politici e inutili. Non per primi
fiutavamo un futuro contromano.
È stato sano. Vanno ricordate
poi le cose futili non meno indelebili:
la birra stantia sui baffi giovani
e il Negroni per provare a immaginare
versi, nuovi amori e migliori domani
tra il posacenere e gli umori di venere.
Nei giorni grigi, la rosa in mano,
il burro scongelato nelle metro di Parigi,
la mostarda nei panini lungo il Tamigi

l’umido dei soggiorni economici.
Vermouth rosso, bitter e gin
in parti uguali. Spicchio d’arancia
una moneta la mancia.
Nocciolina guardati allo specchio:
vuoi o non vuoi tu lo sai
che ti farei.